Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

L'underground chiama...

  • Scritto da Orasputin

worlich

worlich - worlich
Torniamo ad occuparci di underground italiano, agitatori da sottobosco, dischi autoprodotti. Lo facciamo restringendo il campo all’Emilia Romagna, terra di conquista, terra di soddisfazioni (musicali in primis)

 

WORLICH: “No Destination”

Cercasi corriere per spedizione oltreoceano. Missione: consegnare tra le mani di Billy Corgan un gioiello di musica fabbricata a mano, bussare alla porta della testa pelata più geniale degli ultimi vent’anni. Prima di superare l’Atlantico tocca però fare un salto in terra britannica, roccaforte dello shoegaze anni Novanta. Ad attendervi, un paio di ex membri degli Slowdive. A proposito di “No Destination”, mai si era udito, dalle nostre parte, un sound dalla caratterizzazione così fresca e nostalgica. Descrivere questo disco sarebbe come immaginare una nevicata in piena primavera, un temporale di chitarre distorte. La produzione volutamente minimale, le accelerazioni tra Eels e Kurt Cobain, il songwriting eccezionale, lo piazzano tra le sorprese più elettrizzanti di questo 2010 italiano. “Japanese Bonus Track” è un incidente tra Smashing Pumpkins e Low con testimoni i Mum, l’apertura di “Majonette” un vecchio demotape rubato ai Queens Of The Stone Age, “Sugarbones” un rituale esoterico nel tentativo di richiamare i fantasmi degli Smog. Tutte le canzoni seguono un preciso filo logico, ritornelli e scappatoie vocali vengono concepiti grazie ad una facilità di scrittura disaramente. I frangenti più dimessi del disco possiedono l’efficacia di una tisana prima di mezzanotte, il crescendo di “Laws of Gravity” è un lento risveglio concepito in ottica post rock. Sono i momenti più malinconici e dimessi ad accendere raffiche di brividi sulla nostra pelle. Negli anni Novanta si è sperimentato di tutto, molte delle band si sono perse per strada. Ai Worlich va perciò riconosciuto un merito, quello di aver omaggiato (con una brillantezza unica) le sensazioni di un intero decennio, di averne rimarcato i passaggi chiave, i momenti esaltanti, risolvendo quel cubo di Rubik che molti predecessori avevano fracassato al primo tentativo. Un esordio al fulmicotone, citazionista, autoprodotto.

Contatti: www.myspace.com/worlich

 

MMK: “Four Means Rise”

Gli MMK sono un quartetto di Forlì con un bel debito nei confronti del rock anni Novanta, le stagioni viscerali di Greg Dulli e l’influenza di un certo stoner rock di derivazione kyussiana. “Four Means Rise” è un e.p. di quattro brani che tocca tematiche quali l’alienazione (con riferimenti a Orwell) e l’abbattimento nel pensiero comune. Stimolanti a livello musicale, le sonorità dei quattro romagnoli vanno ad impattare contro un cantato, quello di Nicolas Bagnoli, che ahimè conosce poche sfumature, risultando spesso forzato e innaturale (ma è un difetto che va estirpato nel tempo) Non è un caso che la traccia migliore del disco corrisponda proprio ai quattro minuti di “Footprint”, sorta di ripescaggio di sonorità che attingono tanto dai primi Afghan Whigs quanto dal rock emozionale e spersonalizzato dei controversi Placebo. Per il resto riff incastrati alla perfezione, sezione ritmica d’impatto e un’attività live consolidata su tutto il territorio italiano. Insomma, le potenzialità ci sono ma, manca quella spinta in più in fase di scrittura.

Contatti: www.myspace.com/mmktheband