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Le cinque domande che vorrei fare a Checco Zalone

  • Scritto da Nicolò Favaro
checco zalone critica Ci sono due cose (ce ne sono molte di più in realtà) che non mi spiego del fenomeno Zalone:
- perché è così amato
- perché è così odiato

Vedendo il suo ultimo film quattro risate me le sono fatte e anche due o tre riflessioni mi sono rimbalzate per il cervello, ma tutto qua, ecco. La cosa interessante non è il film in sé, la cosa interessante è quello che il film suscita. Il critico lo liquida con due parolette sfatte rimpiangendo i bei tempi della commedia all’italiana, il fan lo esalta citando battute a memoria ed eleggendolo a modello di vita. La zona grigia tra le due parti è poco presente, quasi nulla.
Proprio per questo non capisco e mi faccio delle domande senza riuscire a darmi delle risposte, proprio per questo vorrei fare delle domande al diretto interessato, Checco Zalone.

1. Fino a che punto ci sei, fino a che punto ci fai?
Quella di Checco è, volente o nolente e con buona pace dei puristi della commedia dell’arte, una maschera. Un Sordi 2.0, un Fantozzi fortunato, un Totò senza stile. Ma a differenza dei suoi predecessori è difficile capire dove finisce la persona e dove comincia il personaggio e anche guardando alcune interviste, quell’aura da umile ragazzo del sud che si è fatto da solo non convince affatto. Sembra che lì reciti davvero e non nei suoi film o siparietti comici.

2. Ti rendi conto dell’impatto culturale dei tuoi film?
È inutile girarci intorno, fare i sofisti, pensare che questo sia un fenomeno passeggero e archiviare tutto come l’ennesimo film spazzatura che parla alla pancia della ggente. In “Sole a catinelle” c’è tutta l’Italia degli ultimi venti anni, c’è il berlusconismo più becero, quello al grado zero della narrazione. Se è vero che la commedia all’italiana è stata epocale perché sapeva narrare il quotidiano facendo sia ridere che riflettere su determinati argomenti di scottante attualità è altrettanto vero che è proprio quello che Zalone fa nei suoi film. Il problema non è che i suoi film sono brutti, è che la realtà è irrimediabilmente peggiorata.

3. Hai mai pensato che la tua satira è pericolosa?
Sì, pericolosa. Perché a differenza dei modelli nobili sopra citati, dove si rideva DEL personaggio preso di mira, nei tuoi film molti ridono CON il tuo personaggio. Si identificano in lui, credono in lui. Vent’anni di azzeramento critico e di pensiero hanno portato a questo, malgrado tu ce la metta tutta per tratteggiare un personaggio grottesco, maleducato, insensibile e vanamente arrogante la gente fa il tifo per te. Sei un modello da imitare, non dal quale prendere le distanze. Molti invidiano il tuo dire “quello che pensano tutti ma non hanno il coraggio di dire” e il problema è proprio questo. Perché tutti pensiamo che la via migliore sia quella più facile, che il fregare il prossimo sia una cosa ammirevole, che sarà una botta di culo a salvarci la vita?

4. Come hai fatto a convincere Marco Paolini a recitare nel tuo film?
Ecco, questa è una domanda da fare forse a Paolini, ma è una cosa che non mi spiego proprio. O meglio, che non voglio spiegarmi ed ho paura ad ammettere. Paolini porta dentro quel pubblico che mai sarebbe andato a vedere un tuo film, Paolini è il cavallo di Troia per quella critica col paraocchi pronta a stroncare il film senza prima, prima vederlo. Ma questo sarebbe riduttivo, penso. Paolini non è solo un attore, ma anche un autore di teatro civile ed impegnato, un altro che ha fatto della sua persona personaggio e vederlo estrapolato dal suo contesto è un po’ come una resa, un po’ come una tua vittoria. Ma si, chi se ne frega del Vajont, a chi vuoi che importi di Ustica, facciamoci una bella risata sopra e tutto passa. Paolini per sopravvivere deve essere qualcun’altro, tu, caro Checco, no.

5. Chi è l’assassino?
Questa è la domanda che mi preme di più, quella per cui ho scritto questo articolo e provo a spiegarla meglio. Il tuo film parla di un cadavere morto ammazzato, il cadavere si chiama Italia e hanno ritrovato il suo bel corpo senza vita steso al sole tra un genitore irresponsabile, una classe dirigente distratta e arrivista e delle operaie noiose che lottano per i propri diritti. Tutti gli indizi portano a te, ma tu al massimo puoi essere l’esecutore, non il mandante. Ecco, vorrei sapere chi è il mandante.

“Sole a catinelle” non è un capolavoro, è un film confuso, scritto male, senza una vera e propria sceneggiatura dietro. È un film che se la prende con tutti perché non sa con chi prendersela, è un film arrabbiato perché non riesce ad essere felice. Ma è un film sincero, che ci prova e ha delle ambizioni, è un film caparbio che da barzelletta vuole passare a racconto. Non so quanto sia voluto, ma è il film più tragico visto ultimamente in Italia e già questo dovrebbe far vergognare i cosiddetti autori con la A maiuscola che si ostinano ad attorcigliarsi in storie di disperazione senza riuscire a fotografare la realtà per quello che è. Cafona e disperata.