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Fashion blogger: ovvero come ho riconsiderato la lapidazione

  • Scritto da Michele Ciliberti

Le fashion blogger hanno profondamente corrotto la gioventù e attualmente rappresentano una delle più pericolose pandemie sociali dopo il buonismo qualunquista di papa francesco e i post-it traboccanti di banalità.

Il fenomeno della moda, infatti, è da sempre un vizietto sociale implicitamente accettato. Tale meccanismo di tacito consenso è così congegnato: con lo shopping le donne sedano l’atavica invidia del pene con l’accumulo di pile di abiti firmati acquistati ad un prezzo infinitamente superiore al valore stesso del bene e in cambio l’uomo, meschino, accompagnava la donna con il fine di ricevere annoiato ma lenitivo sesso orale.

Racconti non verificati riportano che anche alcuni uomini amino tali pratiche d’acquisto compulsivo, ma tali soggetti possono considerarsi degeneri eccezioni di una società nella quale il consumismo diviene medicina per pochezza creativa, noia e frustrazione.

Il tacito accordo shopping-sesso dura dall’alba dei tempi e ha sempre rappresentato il punto di equilibrio tra necessità di comodità, razionalità ed essenzialità dell’essere maschile e pulsioni di vacuità, facezie e apparenza, caratteristiche dell’essere femminile.


Le fashion blogger hanno purtroppo frantumato questa duratura e pacifica legge cosmica. Questo perché il volgo, armato di smartphone e connessione internet, è sciaguratamente entrato come protagonista nell’immaginario comune legato alla moda, intrappolato in una distruttiva illusione: tutti possono diventare simboli di stile ed eleganza.

Proprio per queste menzogne spacciate al popolino, le fashion blogger rappresentano l’emblema della corruzione morale, dell’appiattimento delle diversità e in soldoni dell’involuzione psichica data dall’avvento dell’intelligenza collettiva digitale.

Una fiumana di ragazzine isteriche armate di straccetti e tumblr hanno così travolto spazi web e manifestazioni pubbliche, con linguaggio sgrammaticato, divismo arrogante e assoluta penuria di strumenti creativi per districarsi con concetti d’eleganza e stile, optando invece per una cloaca di esteriorità e autoreferenzialità.


Il mio primo contatto diretto e continuativo con fashion blogger è stato nel 2011, durante un festival cinematografico, nel quale sono stato ospite assieme a un drappello di tali subdoli esseri viventi.

In aeroporto la prima domanda che mi è stata rivolta – alla faccia dei convenevoli utili secondo il sociologo Goffman a definire la cornice sociale – è stata: “Ciao, sono X, piacere di conoscerti! Te quanti follower hai su instagram?”. Morte dell’anima e diarroica risposta piena di risentimento “Direi più dei tuoi neuroni se ti pare questo un modo accettabile di presentarti”.

A seguito di questo rocambolesco primo contatto antropologico con l’essere-fashion-blogger, ho tentato di capire quali tratti possano definire al meglio la categoria in esame.

Queste sono quindi le ragioni per le quali il lavoro delle fashion blogger non ha alcun valore autoriale, giornalistico, stilistico, sociale, culturale, etc e quindi pone me medesimo come persona migliore di ogni singolo fashion blogger attualmente esistente sulla faccia della terra:
 
1. Io penso a un tema, lo sviscero, studio, immagino, elaboro, correggo, scrivo, diffondo, discuto, mi confronto, propago curiosità. La FashionB scatta foto (a volte sorride);

2. Io uso la parola per filtrare e schermare le mie sofferenze, inquietudini e desideri. La FashionB usa i filtri su uno schermo per parlare in funzione del proprio ego di vestiti – accessori - viaggi – proprio corpo – tramonti – cibo – gatti – daccapo;

3. Io rifletto su cinema, musica, libri, economia, ambiente, arte, cibo, passioni, costume, politica, sesso, religione, satira, morte, amore, etc. La FashionB indossa vestiti in base a stagionalità, colore del momento e cicli legati a mode frivole e passeggere;

4. Io parlo la lingua di Dante, Petrarca, Guinizzelli, Cavalcanti, Boccaccio. La FashionB usa termini quali fashion addict, cool hunter, personal shopper, trend setter, fashion victims e altri obbrobri lessicali cause del convulso appello morettiano “Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa!”.
 
5. Io mi interesso delle persone: ascoltando loro riesco a rivedere e ripensare me stesso. La FashionB inocula se stessa nel prossimo, come una Medusa che rende proiezione del proprio ego tutto ciò che guarda;

6. Io viaggio per festival, incontri, concerti e manifestazioni, succhiando esperienza dalle persone, dai loro racconti, dagli eventi che seguo, dai discorso che colgo, dai posti che visito, traslando infine una sintesi sul web. La FashionB segue eventi fottutamente identici tra loro con rituali quali colazione, scattino brioches su instagram, sfilata, commento frivolo su twitter, shopping, scattino sciarpina su instagram, sfilata, foto assorta-forse-un-po’-scocciata, aperitivo, scattino spritz su instagram, cena, tweet frivolo, scattino libro iniziato nel 2009 e poi loop infinito fino alla improvvisa consapevolezza della propria miseria umana (generalmente quando l’interesse verso la carica sessuale della FashionB diminuisce) e seguente intontimento causato da abuso di calmanti e antidepressivi;

7. Io vagheggio con una libreria fatta di un mosaico ipnotico di volumi, una parete luminosa con foto di pezzo di vita, scaffali brillanti di custodie di album e ripiani luminosi di memorabile ciarpame che rendono colorata la mia vita. La FashionB ha armadi e cassetti gonfi di soli gusci in tessuto;

8. Io impegno le mie giornate con 1001 esperienze da portare a termine. La FashionB si diletta con 1001 scarpe (una l’ha persa aspettando un principe azzurro che non le ha lasciato la scarpetta mancante, ma solo una fastidiosa e pruriginosa candida);

9. Io creo dal nulla a partire da un’intuizione, fecondo l’universo delle idee col pensiero, attribuisco senso al mondo tramite la parola. La FashionB apre un pacco con un vestito commissionato e abbellisce un pezzo di carne che perirà, lasciandola sola con l’ineludibile trascorrere del tempo e con la solitudine della sua vacuità;

10. Io tra 10 anni esisterò, la FashionB verrà dimenticata, in un contrappasso per il quale diverrà uno dei tanti capricci di un passato in cui è stata solo moda monotona e passeggera.