Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

La Lucina (Antonio Moresco)

Non lasciatevi ingannare dalla copertina, perché questo non è un libro sognante.
La realtà è molto più cruda.


Lontano da tutti, in un vecchio borgo in culo al mondo, un uomo vive nella più totale solitudine. Un eremita dei boschi che passa le sue giornate a osservare l’ambiente che lo circonda. Un bosco fitto e intricato che si estende lungo i contorni del paesaggio come una massa compatta e spessa che ingloba e comprime in sé tutto ciò che incontra, sospendendo quasi il respiro. Dimenticate quindi le fate dei boschi e gli gnomi sotto i funghi, perché qui non ve n’è alcuna traccia.

Ogni notte, sempre alla stessa ora, l’uomo vede accendersi dall’altra parte del crinale una lucina. Incuriosito da quel lumino, decide di indagare. Si spinge così oltre i confini della propria tenuta, addentrandosi nell’ignoto di una vegetazione che sembra aggrovigliarsi e avvilupparsi sempre più man mano che il mistero si infittisce. Quell’enigmatica lucina non appartiene che a un bambino. Un esserino dalla crapa rasata e da due gambette rachitiche che vive isolato, abbandonato da tutti.

Egli basta a sé stesso, ma non rifiuta la compagnia dell’uomo. Tra i due si stabilisce, infatti, sin da subito un rapporto di tacita comprensione. Come se non ci fossero bisogno di parole. Come se quella condivisione di silenzio bastasse a riempire il vuoto di un’esistenza, profondo come un burrone. Si intuisce che il mistero non è ancora del tutto svelato, ma non lo si comprende davvero, se non solamente alla fine. E con non poca amarezza nel cuore.

Già, perché Moresco ci racconta una storia che non è solo triste, ma tristissima, che mantiene però nonostante tutto una sua poeticità e un suo romanticismo di fondo. Questo perché Moresco è un bravo narratore, in grado di inoltrarsi in un mondo inesplorato come quello della morte in maniera delicata e commovente. Quasi come una fiaba, senza però lieto fine.

Entra nella casa del bambino in punta di piedi e sempre in punta di piedi ne esce con una verità agghiacciante. Si può parlare della morte in tanti modi, Moresco sceglie una delle vie più difficili: l’introspezione. Un modo velato di avvicinarsi all’aldilà. Niente ostentazione di corpi putrefatti dunque e nemmeno piagnistei di fronte a una bara. Attraverso la vicinanza al bambino, l’uomo ripercorre il dolore e l’angoscia di chi ormai non c’è più, condividendo con esso il senso di impotenza che lo intrappola in una dimensione senza via d’uscita. Viene quasi da abbracciarlo quel bambino e consolarlo con parole che lo facciano sentire meno solo. Ma purtroppo, la solitudine non è un solo una condizione, ma uno stato permanente dell’anima, a cui non tutti riescono a sopravvivere.

“Adesso è notte. Sono con gli occhi aperti nel buio, mi pare. Ma non saprei dire se sono sveglio o se sto dormendo”
VOTO: 6 ½

Info libro:
Scritto da Antonio Moresco, Edito da Mondadori, 2013, pagine 167