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La chimica delle lacrime (Peter Carey)

Ambizioso questo romanzo.
Peter Carey ci prova di nuovo. Con “La chimica delle lacrime”, edito da Bompiani, lo scrittore australiano, vincitore per ben due volte del prestigioso Booker Prize, tenta la tripletta, mettendo in scena una vicenda dai risvolti misteriosi. Un intreccio complicato che mescola realtà e finzione, presente e passato, in un’alternanza di voci dei protagonisti, fino al raggiungimento del criptico enigma.

La documentazione che sta alla base della trama è davvero stupefacente. I miei complimenti. Si percepisce che l’autore ha studiato sui libri e dal risultato pare anche parecchio. L’anatra meccanica dell’Ottocento che la giovane conservatrice Catherine Gehrig, protagonista della scena presente, deve restaurare, non è frutto della fantasia di Carey, ma appartiene ad un progetto reale dell’illuminista francese Jacques de Vaucanson. L’anatra automa, infatti, rappresenta la sua opera più importante: una macchina dalle sembianze di uccello, in grado di bere, mangiare, replicare il processo di digestione e compiere complessivamente circa 400 movimenti differenti! Un incarico impegnativo che viene affidato alla giovane donna dopo la morte improvvisa del suo amante.

Catherine, sconvolta dal dolore, si ritrova ad adempiere a questa incombenza con passione, pur di non pensare e stare male. Un personaggio, questo, assolutamente ben delineato. Emotiva, nevrotica, incandescente, la Dott.ssa Gehrig pare quasi di vederla davanti ai propri occhi. Una donna profondamente turbata nell’animo che tenta, nonostante ciò, di raccogliere i pezzi della sua esistenza appena frantumata, e che riconosce nel committente dell’opera, tale Henry Brandling, un alter ego di se stessa. Il mandante inglese, infatti, si reca fino in Germania alla ricerca di un buon fabbro che riesca nell’impresa dell’anatra, come promessa fatta a suo figlio, affetto da una grave e rara malattia. La disperazione di entrambi, ma allo stesso tempo, l’impeto che li accomuna, li rende vicini seppur a distanza di secoli.

Convincente nel complesso. La storia riesce a interagire su vari livelli spazio temporale, senza risultare né pesante né forzata. Carey riesce nel suo intento e le pagine si leggono che è un piacere, fino a quando però non entra in scena Amanda, studentessa e assistente di Catherine. Troppo brillante, troppo bella, troppo perfetta. Una ragazzina di cui si riconoscono indubbiamente le doti, ma che sta sulle palle. Da eliminare. Una che non solo si intromette, ma vuole sapere tutto lei e anticipa il finale. Tra tutti gli elementi disturbatori che si potevano inserire nel racconto, Amanda non persuade, ma irrita solamente.

Finale in sospeso, dunque.
Mhà. Boo. Non lo so.
Se il romanzo partiva come un bel “sì” pieno, nel procedere dell’azione tende a diventare uno sciapo “nì”. Né bianco né nero. Né carne né pesce. Insomma: l’anatra ha preso il largo e Carey ha perso la bussola.

“Più leggo, più bevo, più bevo e più sono affascinata da Henry Brandling (…) Comincio a pensare che mi abbia preintuito e che abbia lasciato questi quaderni a me personalmente”

VOTO: 6 ½

Info libro:
Scritto da Peter Carey, Tradotto da Lorenzo Matteoli, Edito da Bompiani, 2013, 292 pagine