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Il Sale (Jean-Baptiste Del Amo)

  • Scritto da Giulia Zanfi

sale Il mondo è strano. Se scrivi di merda vieni tradotto in 35 lingue e vendi milioni di copie, se invece ti fai il culo e scrivi come dio comanda è già un miracolo se finisci in libreria. È questo il caso di Jean-Baptiste Del Amo, bel ragazzone francese dall’aria intellettuale che, paragonato ad autori del calibro di Émile Zola, Honoré del Balzac, Alexandre Dumas e Gustave Flaubert (per intenderci: il meglio della Letteratura francese) fatica quasi a giungere in Italia. Per fortuna che ci pensa la Neo Edizioni, che ci propone in lingua nostrana il suo secondo romanzo, “Il sale”. Storia di una famiglia e dei suoi ricordi.

Che il trentaduenne di Tolosa sappia tenere una penna in mano, è un dato di fatto. La sua è una scrittura corposa, densa e compatta. Un concentrato di informazioni che ci arrivano attraverso i pensieri e i ricordi di una famiglia frantumata di una piccola cittadina francese ai bordi del Mediterraneo. Come una fotografia invecchiata dal tempo, il ricordo dell’infanzia e della giovinezza prende vita a partire dalla narrazione di ciascuno dei personaggi. Ognuno racconta la propria verità: ognuno racconta la propria esperienza. Tutto, in un’unica giornata.

Attraverso un’esposizione lenta che si sviluppa in modo corale e che affiora in superficie un po’ alla volta, si compone l’immagine completa di una famiglia che un tempo è stata felice, ma che ora si riunisce occasionalmente intorno alla stessa tavola, quasi più per apparenza che per sentimento.

Louise, la madre, chiama a raccolta i propri figli in un misero tentativo di risanare una ferita ormai troppo grande. Aleggia infatti come uno spirito maligno, la figura del padre ormai morto. Emblema del patriarca bruto e severo che con il suo modo d’essere così estraneo e le sue regole così rigide ha segnato la vita di ciascuno dei suoi figli. Fanny che non si sente amata e voluta dalla madre, Albin che è diventato ciò che voleva il padre e Jonas che non è considerato altro che un omosessuale senza palle e dignità. Ognuno di loro porta con sé il marchio indelebile della sua educazione. Un tatuaggio permanente che è impossibile cancellare, nemmeno tentando di andare avanti.

Del Amo non esibisce la facciata, ma ci mostra i retroscena. Gli scheletri nell’armadio che rimangono ben chiusi e nascosti alla vista degli altri, ma che prima o poi, si rivelano apertamente agli animi e alle coscienze dei protagonisti, palesando riserve e insicurezze e scavando in profondità.

Un romanzo elaborato, riflessivo e raccolto. Un libro passivo che non si fonda sull’azione, bensì sulla ragione. La memoria. L’individualità dell’essere umano che percepisce in maniera differente eventi comuni e la forza con cui l’educazione di un genitore incide sull’esistenza e sulla personalità di un figlio. Si rimane immobili, quasi impalati, di fronte alla realtà dei fatti. Di fronte alla fragilità dei legami. Soprattutto, quelli familiari.

La famiglia del Mulino Bianco è morta da un pezzo. Jean-Baptiste Del Amo non fa che ricordarcelo.

“Armand – Quando tutto sarà finito, voi dubiterete di me, del ricordo che vi resterà di me. Le cose vanno così, i vivi travisano la memoria dei morti. Mai sono più lontani dalla verità”

VOTO: 6 ½

Info libro:
Scritto da Jean-Baptiste Del Amo, Tradotto da Sabrina Campolongo, Edito da Neo Edizioni, 2013, 269 pagine


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