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Déjà vu (Tom McCarthy)

Déjà vu è uno di quei libri che parte in quarta, ma che si spegne a metà strada. O meglio, riscontra qualche intoppo durante il proprio percorso che si risolve sì sul finire, ma solo con un debole slancio di ripresa. Una storia con notevoli potenzialità che rimane sospesa in un giudizio di indecisione. Troppo manierismo, troppa densità di parola, troppa iterazione. Insomma: troppo.

La storia, affascinante quanto inquietante, è quella di un uomo che perde la memoria dopo la collisione con un oggetto indefinito che cade dal cielo. I responsabili dell’incidente per farlo stare zitto lo risarciscono con una somma esorbitante. Immaginate di ritrovarvi improvvisamente con otto milioni e mezzo di sterline in tasca. Cifra da capogiro. Si dice che i soldi non fanno la felicità, eppure averceli non fa di certo schifo. Se ne rende conto ben presto anche il protagonista, che dopo un primo stordimento, riprendere coscienza di sé e della sua posizione da beneficiato. Non compra né macchine né case, ma si limita a riprodurre situazioni ed eventi all’infinito.

Se al principio si prova compassione nei suoi confronti, in seguito si capisce che l’uomo non ha tutte le rotelle a posto. Maniacale quasi al limite della ragione, il suo esistere si trasforma in una vera e propria ossessione. Tutto ha inizio con una crepa. Un’incrinatura della parete che innesca un ordigno pericolosissimo nella sua mente. Una bomba in procinto di esplodere. D’altronde, il déjà vu non è che un fenomeno psichico legato proprio ad una anomalia della memoria. Si parla di una forma di alterazione dei ricordi alle volte correlata addirittura a disturbi mentali quali la schizofrenia o l’ansietà.

L’uomo si mette in contatto con un’agenzia in grado di eseguire ogni suo desiderio. Comincia così una serie di interpretazioni e messe in scena delle sue deliranti visioni. Compra un condominio, scrutina attori che replicano a suo piacimento scene e movimenti che ha impressi nella sua mente, manovra l’ambiente che lo circonda come un regista sul set di un film e fa muovere i suoi burattini col profumo dei suoi soldi. La sua follia non ha limiti. Ma si sa, il gioco è bello finché dura poco e i suoi piani sfociano nella tragedia.

Tom McCarthy ci racconta la storia di un uomo ossessionato dalla sua memoria. Il suo è un teatro dell’assurdo che si fonda sul desiderio di possedere ogni attimo appena vissuto. Il protagonista vuole immergersi nel tempo, toccarlo con mano, appropriarsene come se fosse un oggetto. Vuole stritolarlo, sminuzzarlo, distruggerlo.

E allora perché non è un capolavoro? Perché artificioso. Troppo macchinoso. Un testo così ben studiato che alle volte risulta un po’ monotono. Lento nello scorrere. Certo, l’accumulo di dettagli è voluto e rispecchia perfettamente la personalità destabilizzante del personaggio, ma alle volte si rischia di sbadigliare.
Non un cattivo libro, ma nemmeno “uno dei più grandi romanzi inglesi degli ultimi dieci anni” (Zadie Smith). Almeno, per quanto mi riguarda. Ottima intuizione per una modesta resa finale.

“Non c’è Fare, senza Capire: l’incidente mi ha lasciato quell’eredità per sempre ormai, una deviazione eterna”
VOTO: 7

Info Libro:
Scritto da Tom McCarthy, Tradotto da Anna Mioni, Edito da Isbn, 2013, 252 pagine

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