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Cuore Cavo (Viola Di Grado)

Mhà. Rimango un po’ perplessa di fronte a questo libro che è già stato decantato come il grande ritorno sulla scena letteraria della giovanissima Viola Di Grado, autrice rivelazione del 2011 con Settanta acrilico trenta lana, Premio Campiello Opera Prima. Perché perplessità? Perché parlare della morte è un po’ come parlare dei propri genitori che fanno l’amore o del proprio moroso che fa la cacca. Insomma, non è sconvolgente il fatto in sé, quanto il fatto che se ne parli. Generalmente ci si nasconde dietro un dito, ma in realtà la morte ci segue a braccetto ogni giorno. D’altronde, si nasce con la consapevolezza di morire. E forse questa è proprio una delle poche certezze che ci rimangono.

Dorotea Giglio, anni 25, muore suicida dentro una vasca da bagno la mattina del 23 luglio 2011 in una giornata afosa di piena estate a Catania. La sua morte non stabilisce un distacco dal suo esistere, ma solo un allontanamento dal suo corpo in via di decomposizione. L’anima di Dorotea vaga nella stessa realtà che ha volutamente abbandonato, compiendo gli stessi gesti e le stesse azioni quotidiane di quando era in vita. E allora: perché suicidarsi? Perché non si riconosce nel mondo in cui appartiene e perché non trova conforto né alcuna risposta nella sua vita terrena.

“Quelli che vanno al cimitero a trovare i propri cari riderebbero del proprio dolore se avessero idea di quanto più grande è quello dei propri cari”. Con il suicidio, Dorotea non si libera della propria angoscia, ma anzi la amplifica, in quanto intrappolata in una dimensione in cui ogni suo gesto non è che un’eco in un grande burrone. Già Dante ce lo aveva raccontato: le anime in pena non fanno che ripercorrere i propri passi, obbligati a scontare un dolore pari ai peccati commessi durante la vita. In questo caso, l’unico peccato di Dorotea è quello di non sentirsi accettata prima ancora che dalla società, da sé stessa.

La Di Grado affronta alcuni argomenti molto interessanti. Dal significato del dolore (“Avevo capito che i dolore è una matrioska: non finisce, si nasconde solo dentro nuovi dolori e ogni nuovo dolore li contiene tutti”), alla teoria cellulare del suicidio (“L’unico motivo per cui una cellula del nostro corpo cresce e sopravvive è perché ha trovato intorno a sé le molecole che ne sopprimono la spinta all’autodistruzione”), dall’assenza di un confine tra vita e morte (“Da vive, le persone sono così libere da aver bisogno di un bordo. Per istinto e per cultura lo identificano con la morte”), alla possibilità di stabilire un contatto con i vivi anche da defunti. Ragionamenti che, a mio avviso, meritavano di essere ulteriormente sviluppati.

Dorotea parla del suo stato, ripercorre il suo passato e vive il suo presente. Lo fa con cinismo e assoluta freddezza che, alle volte, pare quasi strafottenza. Come se questa sua lucidità post mortem la rendesse superiore a chi ancora possiede un cuore che palpita. Parlare di un corpo putrefatto, di vermi che ti mangiano le interiora o di morti che si divertono a lanciarsi un feto privo di vita non rende necessariamente un romanzo “sconvolgente”. Questa la mia opinione.

Viola Di Grado torna in libreria con un nuovo romanzo. Niente di sconvolgente, solo qualcosa di buono.

“Io non sopravvivo, sottovivo”

VOTO: 6 ½


Info libro:
Scritto da Viola Di Grado, Edito da Edizioni E/O, 2013, pp. 166

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