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The Following (prima stagione)

Arrivati alla fine della prima stagione è giunto il momento di fare un'analisi della serie, targata FOX e creata da Kevin Williamson, "The Following".

Per chi non lo sapesse la serie narra le vicende del serial killer Joe Carroll e della sua setta di Followers, che, influenzati dalla narrativa romantica americana e sopratutto dall'autore Edgar Allan Poe, commettono una serie di crimini e di omicidi che sconvolgono gli interi Stati Uniti d'America.

Il detective di turno Ryan Hardy (Kevin Bacon) tra sensi di colpa, problemi di salute, e amori tormentati si troverà al centro non solo di una indagine ma di un vero e proprio romanzo gotico che, sotto la regia di Carroll, lo vedrà protagonista della trama omicida del killer. Farò uso di spoiler, quindi se non avete visto la serie o le ultime puntate, non leggete da qui in avanti.

The Following era partita come una promettente serie poliziesca capace di conquistare subito l'attenzione. I primi episodi, diciamo fino al quarto, lasciavano intravedere risvolti assolutamente interessanti: psicologia, azione, violenza esplicita e amori controversi. Questi aspetti erano al centro del plot e venivano usati nelle dosi giuste per creare una fiction che fluttuava tra citazioni letterarie (sopratutto di Poe) e sano intrattenimento all'americana. Purtroppo con il proseguire delle puntate sembra che gli sceneggiatori si siano persi in colpi di scena inutili e in puntate sempre uguali a loro stesse.

Da risvolti prevedibili, passando per la morte di quasi tutti i personaggi di contorno che, faticosamente, riuscivano a ritagliarsi uno spazio interessante nella trama, alla stupidità delle forze dell'ordine, The Following non ne ha azzeccata più una. L'FBI dovrebbe chiedere i danni per come è stata rappresentata. In confronto Frank Drebin, del film "Una pallottola spuntata", era un genio assoluto. Impressionante come i Followers di Carroll riuscissero a farla franca nonostante avessero alle calcagna qualsiasi corpo militare degli Stati Uniti. Va bene che la storia è inventata ma un minimo di verosimiglianza non sarebbe guastata, per rendere tutto più credibile allo spettatore. Che la serie sarebbe sprofondata si capisce dall'episodio sette, in cui Carroll riesce addirittura ad evadere dal regime di massima sicurezza per la seconda volta (la prima era nell'episodio pilota) in un modo talmente inverosimile da domandarsi perché non tirare in ballo anche alieni, dinosauri o sciami di cavallette.

Anche il sistema carcerario americano avrebbe di che lamentarsi con la FOX per come viene rappresentato. Man mano che la stagione prosegue i Followers di Carroll, che stando al titolo dovevano essere al centro della scena, diventano comprimari, e il tutto si riduce al solito triangolo amoroso, con il buono (Hardy) e il cattivo (Carroll) che amano la stessa donna (Claire, la ex moglie di Carroll). E qui casca l'asino, perché non basta condire tutto con citazioni letterarie inutili e pretestuose per far sembrare un prodotto scandente, di qualità.

Un'analisi dei personaggi principali:

- Ryan Hardy (Kevin Bacon): detective in congedo per problemi di salute (beve, e ha una ferita al cuore causata da Carroll che lo debilita), crede che chiunque gli stia vicino sia destinato a morire, innamorato della ex moglie di Carroll. Personaggio interessante, il migliore della serie. Bacon gli dà uno spessore importante, ed è di gran lunga l'unico motivo per cui sono riuscito a finire di vedere la prima stagione.

- Joe Carroll (James Purefoy): serial killer scrittore, ex insegnate, assassino di numerose donne, tenta con il suo piano delirante di riunire nella sua follia la famiglia, l'ex moglie Claire Matthews e il figlio Joey. Personaggio senza un minimo di credibilità, James Purefoy non sembra essere all'altezza. La domanda che ci si pone è: ma perché un ubriacone pazzo assassino debba esercitare così tanto fascino in così tanta gente? Di carisma il suo personaggio ne ha pochissimo, di simpatia anche, insomma un villain totalmente sbagliato. Speriamo che la sua morte sia reale e che non ritorni più nella prossima stagione.

- Claire Matthews (Natalie Zea): l'ex moglie di Carroll, contesa da i due antagonisti, avrà un ruolo decisivo nella storia quando riuscirà a ferire per ben tre volte Carroll. L'attrice è brava e bella, forse un po' troppo da copertina, però insomma il suo compito lo svolge bene, non è lei il male della serie.

- Debra Parker (Annie Parisse) e Mike Weston (Shaw Ashmore): la prima è il capo squadra dell'FBI, il secondo è la spalla di Hardy nell'indagine. Entrambi hanno ruoli chiave e fanno il loro compito. La dipartita di Parker, nell'ultima puntata, viene annunciata in modo veramente scandaloso, così che l'unica morte che poteva davvero stupire lo spettatore perde tutto il suo impatto, e quello che doveva essere l'ultimo colpo di scena diventa l'ennesima occasione persa.

- Emma Hill (Valorie Curry): seguace di Caroll, l'unico personaggio scritto con cura insieme ad Hardy. Tra i followers è sicuramente quella più interessante e grazie a Dio e anche l'unico follower che non muore (e che ritroveremo nella seconda serie) o che non viene bruciato dalla trama. Amante di Carroll cova uno spirito di vendetta nei confronti di Hardy che presumibilmente verrà consumato nella prossima stagione. Resta un mistero per tutti il perché Emma, così attaccata a Caroll e sua guardaspalle, non lo segua sull'isola dove ci sarà il duello finale con Hardy, e dove Caroll morirà.

Per concludere quindi The Following è una serie sbagliata, scritta male e con personaggi chiave completamente fuori luogo. Onestamente non riesco a pensare come possa proseguire la storia che sembrava già avere detto tutto in questa stagione (anzi dopo le prime 4 puntate). Speriamo che gli sceneggiatori ci stupiscano e ci regalino un prodotto migliore. Anche perché il protagonista Ryan Hardy è un buon punto di partenza su cui poggiare le basi di una stagione che sarà o quella del riscatto o quella dell'affossamento definitivo della serie.