Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

Scrubs

scrubs posterC’è stato un tempo, e i novizi imberbi forse non lo rammenteranno, in cui la sagace arte dello streaming era sconosciuta ai più, e le ritornanti creazioni note come “serie tv” si guardavano, udite udite, sulle reti nazionali. Doppiate. Negli orari decisi dall’imperscrutabile Palinsesto. Con la pubblicità in mezzo. Una puntata al giorno. Massimo due. A volte, persino una alla settimana. Ora, lo so che se vi dico che dopo ogni finale a cliffhanger di “Lost” dovevo aspettare sette giorni per vedere il resto, non riuscite nemmeno a concepire la blasfemia di una pratica del genere. Ma allora era così.

Eppure, questa situazione aveva anche qualche lato positivo. L’abitudine diventava ritualità. La costrizione diventava cadenza. E così, per più anni di quanto sia disposto a quantificare oggi, c’è stato un momento della sera in cui il televisore sfrigolava su Mtv e, con i genitori al liceo e poi con i coinquilini all’università, si guardava “Scrubs”. E quando trasmettevano le repliche, beh, si riguardava “Scrubs”. E quando è arrivata la Fox su Sky ed è ripartita con la puntata numero uno della stagione numero uno, beh, si ririguardava “Scrubs”. E quando sono arrivati, alfine, il dio streaming e l’ancella YouTube… indovinate un po’? Beh, si riririguardava “Scrubs”.

Perché “Scrubs” è uno di quegli show che puoi conoscere a memoria in ogni suo fotogramma, ma se ti capita sotto gli occhi, puoi star certo che resti a guardarlo. Uno di quei prodotti rari, unici, in cui letteralmente piangi dal ridere e poi, di botto, ti trovi a commuoverti come un bambino, senza avere nemmeno il tempo di sostituire le lacrime. Una di quelle saghe in cui dai del tu ai personaggi, non agli attori; li senti vicini come se li conoscessi da una vita e se li rivedi in un film o in un altro sceneggiato, dici: toh, il dottor Cox, mica: toh, John McCingley.

Raccontare i punti salienti di “Scrubs” è impresa impossibile. Sono così tanti che non puoi nominarli tutti e sono così grandi che non riesci a quantificarli bene. Però li senti tutti. Eccome se li senti. Con “Scrubs” entri in un mondo in cui ogni frammento identifica immediatamente il contesto. Dinamiche, tormentoni, scene e strutture degli episodi diventano tanto familiari, tanto inconfondibili, da entrare di diritto nella storia della televisione. E nella tua.

Così, quando per voglia o per caso si capita su uno spezzone di “Scrubs” su YouTube… beh, è un po’ come attaccare una figurina su un vecchio album. Una tira l’altra, la visione si fa emozione e un video diventano due, poi tre, poi quattro, poi auguri a smettere. Anche per questa sua capacità indiscussa, “Scrubs” è uno dei telefilm più citati di sempre (al pub, ma anche in televisione): possiamo annoverare senza alcuno sforzo la serie di Bill Lawrence tra le pietre miliari del genere, ispirazione e termine di paragone quasi obbligatorio per tante ottime comedy di oggi.

Community”, “Boris”, “Modern Family”, tanto per citarne alcune.

L’assenza di sit-com classiche nel breve elenco qui sopra non è casuale. “Scrubs” propone ambientazioni ritornanti, camei eccezionali, episodi di breve durata, toni assolutamente comici (idea inedita per una serie di ambientazione ospedaliera), ma le vicinanze con le sit-com finiscono qui. La regia (quasi sempre a camera singola), la strabiliante continuity, l’uso incredibile della colonna sonora e l’evoluzione dei personaggi spiccano a livelli elevatissimi, quelli un prodotto più complesso e potente di qualsiasi sit-com. E quanto tu, spettatore affezionato, ridi… beh, ridi perché lo senti, perché ti arriva, ti esplode dentro; non perché degli sghignazzi registrati in sottofondo ti avvisano che c’è qualcosa di divertente in atto, pirla tu che non ci arrivi da solo. No, “Scrubs” è più di questo. Molto, molto più di questo. “Scrubs” è la prova definitiva che si può essere spassosi (persino demenziali) senza essere stupidi. Morali senza essere moralisti. E che quando si arriva a toccare tanto in profondità e con una tale qualità l’immaginario e l’emotività del pubblico, non si diventa datati mai.

 

TRAMA E CAST

Le otto stagioni di “Scrubs” raccontano le vicende dell’Ospedale Sacro Cuore e della ricca fauna umana che lo popola. In particolare, seguiamo da vicino i nuovi specializzandi di medicina e chirurgia, che devono capire come si diventa medici senza uccidere troppi pazienti (e loro stessi!) nel percorso. E quindi ecco John Dorian, detto J.D., e Chris Turk, (interpretati da Zach Braff e Donald Faison) amici inseparabili dai tempi del college. Sono loro la vera coppia della serie, un duo tanto antinomico quanto perfetto: un concentrato di emotività, gracilino e fanciullesco che si accompagna a un “orso bruno”, competitivo e irriverente.

Oltre a loro, ecco anche Elliot (Sarah Chalke), bionda e sexy miscela di insicurezze e irresistibili nevrosi (i suoi tira e molla sentimentali con J.D. ci accompagneranno per tutte le stagioni). Poi ci sono le infermiere, capitanate dalla orgogliosa Carla (Judy Reyes). Tra lei e Turk nasce una splendida storia d’amore, destinata a scandire l’intera serie con le sue tappe fondamentali. Non possono poi mancare i dottori più navigati, dall’infido primario Kelso (un eccezionale Ken Jenkins), affezionato più ai conti che ai pazienti, sino al burbero ma immenso Dottor Cox, riluttante figura di riferimento di J.D., interpretato da un colossale John McGinley.

Il rapporto complesso e multisfaccettato che si instaura tra i due, tra un nomignolo femminile a random e un monologo inarrestabile, è una delle migliori rappresentazioni del rapporto conflittuale mentore-allievo mai portate sullo schermo. Infine, a contorno del cast principale, una cricca di fantastici outsider, come l’afflitto avvocato Ted (Sam Lloyd), l’arpia Jordan (Christa Miller), il terribile inserviente (autentica scheggia impazzita della serie, la cui inesplicabile missione di ergersi a nemesi di J.D. ha reso l’attore Neil Flynn, dotato di un raro talento per le improvvisazioni, uno dei più amati dai fan). E poi tanti, tanti altri. Alcuni arrivano e se ne vanno in un battito di ciglia, altri non se ne andranno mai. Altri ancora, quando se ne vanno, lasciano un vuoto incolmabile dietro di sé.

Tutti loro, e le relazioni che li uniscono, li dividono, e li fanno crescere vengono filtrati dagli stralunati occhi da sognatore di J.D.: vero protagonista nonché nucleo soggettivo della narrazione. E quegli occhi, sotto sotto, sono i nostri occhi, gli occhi di un bambino che gioca con la vita senza per questo considerarla un giocattolo.

 

PER CONCLUDERE

Ogni altra parola su trama e dinamiche narrative è superflua. “Scrubs” è talmente immenso sotto questo punto di vista che raccontarlo è impossibile, recensirlo è riduttivo. Va semplicemente bevuto alla goccia, poi riempito nuovamente e ribevuto. E così via. Finché non si avverte un leggero sopore. Già, perché com’era lecito attendersi, purtroppo, le eccellenze raggiunte nelle prime stagioni di un telefilm così longevo (8 annate ufficiali più una nona di spin-off) difficilmente si protendono sino alla fine. Il grande cruccio di “Scrubs” è proprio quello di perdersi per strada. Cambi di network, problemi di budget, sciopero degli sceneggiatori: sono molti gli ostacoli incontrati dalla serie lungo il cammino.

Una serie che però, val la pena ricordarlo, aveva creato un tale universo di lecite aspettative, che perdonarle anche un minimo scivolone diventa impossibile. Insomma, è l’essenza stessa di “Scrubs” a smarrirsi un po’ nel tempo; un po’ come quei discorsi triti che proseguono oltre, anche quando non si ha più molto da dire. E così, dalla quinta-sesta stagione in poi, il Sacro Cuore finisce per assomigliare sempre più un set ormai collaudato in cui mandare in scena personaggi un po’ esausti, piuttosto che quel fantastico ospedale che faceva da sfondo perfetto alle storie dei nostri beniamini.

Nonostante ciò, “Scubs” è e rimane un prodotto unico, storico, da conoscere e in cui immergersi totalmente, sino a che l’empatia con la serie ce lo consenta. E quando arriverete in fondo (parlo dell’ottava serie, la nona lasciatela pure perdere), a quell’ultimo doppio episodio che chiude un ciclo immenso… beh, scommetto un MelaTini che non ne uscirete indenni. Oh, e andateci piano col “Tini”!

 

GUIDA ALLE STAGIONI

(Consigliare un solo episodio per ogni stagione di “Scrubs” e dare a ognuna di esse un voto netto è pura follia… ma ci abbiamo provato lo stesso!)

 

STAGIONE 1, voto 8,5

Guest star d’eccezione: Brendan Fraser

Episodio Consigliato: 22) Il mio avvenimento

 

STAGIONE 2, voto: 9

Guest star d’eccezione: Dick van Dyke; Amy Smart; Heather Locklear

Episodio consigliato: 18) La mia BSC (Bella Sposina del Coma)

 

STAGIONE 3, voto: 9,5

Guest star d’eccezione: Freddie Rodriguez; Tara Reid; Michael J. Fox

Episodio consigliato: 13) Il mio disastro

 

STAGIONE 4, voto: 9

Guest star d’eccezione: Heather Graham; Matthew Perry; Colin Farrell

Episodio consigliato: 17) La mia vita come una sitcom

 

STAGIONE 5, voto: 8

Guest star d’eccezione: Mandy Moore; Billy Dee Williams (Lando di Star Wars!)

Episodio consigliato: 7) La mia strada verso casa

 

STAGIONE 6, voto: 7

Guest star d’eccezione: Keri Russell

Episodio consigliato: 15) Il mio lungo addio

 

STAGIONE 7, voto: 6

Guest star d’eccezione: Elizabeth Banks

Episodio consigliato: 11) La mia principessa

 

STAGIONE 8, voto: 6,5

Guest star d’eccezione: Courteney Cox

Episodio consigliato: 18-19) Il mio finale