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American Horror Story: Asylum

Stati Uniti d’America, oggi. Una coppia di sposini in luna di miele si reca a Briarcliff, un ex manicomio criminale dismesso, intenti a compiere un tour degli orrori in giro per l’america. Sarà la loro ultima tappa.

Stati Uniti d’America, 1964. Siamo a Briarcliff e una giovane giornalista di provincia ci accompagna all’interno dei corridoi del manicomio, intenta a scrivere un pezzo di denuncia. Ad accoglierla, si fa per dire, c’è Suor Jude, amministratrice tanto severa quanto repressa della struttura.

All’interno del manicomio la più varia e disperata umanità, tra medici, inservienti, preti suore e pazienti non si sa chi è messo peggio. Il motore della storia è l’arresto con la conseguente incarcerazione dell’efferato killer Bloody Face, ma il racconto è corale e prende storie da diversi personaggi, tutti accomunati da un unico fattore, il manicomio stesso, l’Asylum del titolo originale.

Ci sono gli alieni, le ss, il bigottismo religioso/sessuale/razziale, c’è il demonio e la pazzia, c’è l’America dei favolosi sixties che poi così favolosi non sono proprio.

Non vado oltre nel racconto della storia, che la spoilerata involontaria potrebbe essere dietro l’angolo, ma vi do cinque buoni motivi per vedere questa serie:



La serie: compatta, asciutta e con pochi fronzoli. Tecnicamente impeccabile ed angosciante al punto giusto. Rispetto alla prima serie, sottotitolata a posteriori Murder House, il racconto è più coinvolgente e meno annacquato, più centrato verso il piacere della narrazione, del citazionismo e dello spavento. Citazionismo, tra l’altro, selvaggio e disparato che nel giro di un paio di sequenze passa da “L’esorcista” ad “Arancia Meccanica” così come se nulla fosse.
L’aver abbandonato un nucleo familiare chiuso in se stesso (cardine della prima serie) e aperto le porte ai timori di un intera comunità, che poi è l’America della guerra fredda, della perdita dell’innocenza, della fine del sogno, giovano al respiro dell’opera tutta e danno un senso di compiutezza sia narrativa che stilistica.

I personaggi: c’è di tutto, ma tutto più o meno è giustificato. Possiamo dividere facilmente le figure in tre macrogruppi: il clero, la scienza e le persone comuni. All’interno di ogni gruppo appaiono diverse variazioni e sfumature d’appartenenza, come se l’intento degli autori fosse quello di illustrare da un lato la fragilità dell’essere umano, dall’altro le nefandezze della gerarchia, della classificazione, dell’impotenza dell’uomo di fronte al proprio status. Su tutto c’è il Male, che si insinua e rende fragili o forti a seconda dell’occasione, dell’opportunità, della convenienza. Molti dei personaggi iniziano in un modo e finiscono al contrario, si presentano con una faccia per poi assumerne un’altra, tutti in balia dei propri demoni, o addirittura del Demonio in persona. Metafora esplicitata di quello che forse è il personaggio principale, Bloody Face, che uccide le sue vittime con indosso una maschera fatta di pelle, umana.



Gli interpreti: Jessica Lange, su tutti, è l’emblema di questa serie. Mirabile in qualsiasi sfumatura, credibile e quel pizzico sopra le righe che la rende infinitamente umana, tanto rigida quanto fragile. Lily Rabe, splendida nei suoi mutamenti e James Cromwell austero e schizzato con il fisico del ruolo come poche altre volte è capitato di vedere. Un po’ sottotono rispetto a loro Zachary Quinto e Joseph Finnes, fanno il minimo indispensabile ma gli manca un pezzo e si vede. Ottimi i comprimari da Chloë Sevigny a Franka Potente da Ian Mcshane a Frances Conroy.

La colonna sonora: da urlo. A partire dalla sigla, veramente d’effetto e ben costruita. Così come la serie comprende un arco narrativo che va dall’inizio degli anni sessanta ad oggi, tanto la colonna sonora tiene conto di questi elementi. Filologicamente impeccabile e tornita su misura per le scene, avvolge ma non sovrasta, sottolinea ma non enfatizza e raramente si ricorre alla ormai classica smanettata di volume per far prendere spavento.

L’orrore, l’orrore:  certo, è difficile fare paura oggi, che se guardi un telegiornale ti viene da metterti sotto le coperte mentre se guardi un film horror al massimo ti prendi dell’altro popcorn. Ma "Asylum" a volte ci riesce e non è poco. Non ci sono colpi bassi e lo spettatore è trattato con rispetto, si preferisce una paura consapevole dettata dal disagio e dallo straniamento rispetto a schizzi di sangue e budella striscianti. Certo, ci sono anche quelle, ma è il meno e comunque mai messe lì senza un motivo.

In conclusione, una buona serie, nettamente superiore alla prima, che tiene incollati allo schermo e dà notevoli spunti di riflessione. Forse con un paio di episodi in meno si sarebbe potuto gridare al capolavoro, ma così non è. E infatti l’unica pecca particolarmente evidente sono gli infiniti finali che si susseguono dalla decima puntata in poi. Sarebbe stato meglio lasciare più punti di sospensione, più parentesi aperte. Ma stiamo parlando di "American Horror Story", dove American sta per lobotomizzato e c’è poco da fare.

Voto stagione: 7



Titolo originale: American Horror Story: Asylum

Miglior episodio: I Am Anne Frank (Part 1), I Am Anne Frank (Part 2) ep. 4-5

Stati Uniti d'America, 2013, horror, stagione 2, episodi 13