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Roadkill (H. Hegemann )

  • Scritto da Esterina

Roadkill non è un libro per tutti. La giovanissima Helene Hegemann (diciassette anni) esordisce con un romanzo che è stato definito “malvagio, malinconico, perverso” e che si è piazzato da subito al vertice delle classifiche tedesche riscuotendo commenti positivi e giudizi favorevoli.


Un libro generazionale che descrive con crudeltà e senza mezzi termini la realtà corrotta di una generazione malata. Quella odierna. La storia di Mifti è la storia dei giovani di oggi che non hanno voglia di fare niente. Non studiano, non lavorano, non vanno al cinema, non fanno sport. Il loro unico passatempo è quello di cercare di riempire delle giornate che sembrano senza fine con un cocktail micidiale fatto di droga, sesso violento e musica ad alto volume.

Figli di un’epoca senza valori, si aggirano come animali selvaggi in una realtà che non gli appartiene, cercando di non essere schiacciati (“roadkill”: letteralmente, “animale schiacciato”) dal sistema degli adulti che detiene il potere, ma trascinandosi senza meta in un presente sbiadito che non vede la luce di un futuro. Non c’è più la famiglia, non c’è più il calore umano, non ci sono più i sentimenti. Ma c’è il rifiuto verso la collettività che si manifesta con la condivisione di un malessere globale che non trova pace in nessun posto. L’abuso di alcool e di sostanze stupefacenti diventa il solo mezzo per non lasciarsi inglobare. Alternativa ad un presente che puzza di marcio. Dove la cosa peggiore: è non riuscire a piangere. Mifti, sedicenne precoce e voce narrante del libro, diviene l’emblema di questa generazione. “Sono una fottuta troia che si comporta in modo immorale e che deve cavarsela da sola, bello”. Testuali parole. Una presentazione più che esaustiva che disarma il lettore fin dalle prime righe. E a seguire. “Non oso più pensare a domani, a dire il vero non oso proprio più pensare”.

Senza alcun filtro tra lei e la realtà in cui è immersa, Mifti denuncia la sua situazione da adolescente maltrattata, ma in grado di calarsi perfettamente nella parte della “ragazzina stronzetta e arrogante, che civetta con il suo malessere snob, smascherando al tempo stesso il malessere dell’ambiente che la circonda”. Una ragazza sicuramente problematica con un passato traumatico alle spalle (abusi sessuali e la morte della madre, alcolizzata e psicopatica, all’età di tredici anni), che però sa esattamente come muoversi sulla terra. E questo libro ne è la dimostrazione. Mifti/Helene si impadronisce impropriamente di testi di canzoni, citazioni letterarie, frammenti di blog e quanto altro per creare una cozzaglia di generi e stili differenti che vende al pubblico come suoi.

Merce rara per i critici letterari che impazziscono per le storie scioccanti di giovani adolescenti disturbati. Ma si sa, le bugie hanno le gambe corte e ben presto l’autrice viene smascherata. A questo punto, la giustificazione che somministra a tutti come una dose di calmante è quella di aver creato un nuovo genere letterario. Riflesso di una gioventù frammentaria e allo stesso tempo variegata che prende ispirazione dal proprio habitat. Un sospiro di sollievo allora, e un’altra serie interminabile di complimenti che la portano immediatamente ad aggiudicarsi l’ambita etichetta di “nuovo caso letterario del momento”. Un libro ricco di riferimenti, indubbiamente significativi di un’epoca e di una generazione, che prende una posizione forte rispetto alla realtà di oggi. Ma anche una mossa furba da parte di una giovane autrice che ha certamente capito come funziona il mondo. “Perché una comunità funzioni è necessario qualcosa di più di una buona disposizione d’animo”.

Info Libro:

Edito da Einaudi, 2010

208 pagine