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L’entrata di Cristo a Bruxelles - Senza nome (A. Nothomb)

Due racconti parabola sulla condizione umana alienata e alienante. Ogni uomo è libro di scegliere come inventare o re-inventare la propria vita e di appartenere o meno alle etichette sociali, a costo di isolarsi completamente dal resto del mondo. Questo, in due parole, il messaggio della Nothomb.

L’”Entrata di Cristo a Bruxelles”, affronta il tema karmico della redenzione, eleggendo il sentimento dell’amore a strumento superiore di purificazione. L’amore vince su tutto, una cosa del genere. La sinossi può essere avvicinata per analogia a quella di un film rivelatore come “Old Boy” (non a caso, infatti, la Nothomb studiò per anni in Giappone, in quanto perfettamente bilingue franco-giapponese), salvo che qui è il destino a farla da padrone e non la spietata sete di vendetta di un uomo.

Quello che nel film assume connotazioni negative nel libro ha valenze positive, di catarsi. Quasi ingenue; ma solo se si rapporta il tutto a una dimensione realistica e non si tiene conto della “favolisticità” della storia. Sarà forse per questo che la scrittura della Nothomb tende a rasentare la freddezza, il distacco, come se raccontasse da anni luce di distanza e non potesse urlare. Si ha l’impressione che la scrittrice sia affetta dal fastidioso complesso d’inciampare nella propria scrittura. Che nemmeno lei sia convinta di quello che scrive? O il suo è un atteggiamento corretto di un narratore che non vuole in alcun modo intralciare i fatti?

Certo, il rischio di essere classificata come scrittrice moralista è dietro l’angolo in racconti come questi, se non si presta la dovuta cautela nell’esprimere le proprie opinioni in quanto autrice. Allo stesso tempo però si rimane come assenti. Il lettore non capisce se quello che sta leggendo sia una storia riportata dalla cronaca rosa di un giornale o sia davvero un racconto. Troppi salti in avanti, troppi “buchi”, troppa “pulizia”. Questo racconto sarebbe dovuto essere un romanzo: forse, come romanzo, avrebbe acquistato in chiarezza, respiro, impianto. Così rischia di crollare come un castello di carte costruito sulla sabbia.

“Senza nome” è la storia di un uomo che non si sa bene per quale motivo “romantico” si sia fissato che nel profondo nord ci sia la donna dei suoi sogni che aspetta solo che lui arrivi con la slitta e la brandisca. Una sorta di western dei ghiacci. Si sa, l’uomo bianco occidentale si crede il conquistatore maximus di terre e di donne. E, infatti, questo libro è proprio la parabola del conquistatore che arriva nella landa desolata, rimane prigioniero dei suoi stessi demoni e per questo è costretto a vagare giorni e giorni, in guerra con i propri istinti, finché un miraggio non lo soccorre. Il miraggio è qui figurato in un rifugio dove abitano quattro uomini che trascorrono il proprio tempo guardando soap opera videoregistrate per tutto l’arco della giornata. Umanità e dialogo sotto il ghiaccio. Fino a quando non cala la notte. Infatti i quattro uomini vivono per aspettare di dormire.

Cosa accade la notte tra i fiordi e i ghiacciai non può essere qui riportato. Rimane il fatto certo, però, che l’uomo decide di rimanere in eremitaggio vita natural durante in questo cottage dei poveri. Anche qui il passo verso l’ascetismo è breve. Ma, dice la Nothomb, “i sognatori non dovrebbero mai superare certe latitudini”. Come a dire: meglio non esplorare certe zone di desiderio e di cervello, lasciamole a loro stesse o ci ritroveremo a vivere da eremiti.

Conclusioni: Favole per adulti. Miti contemporanei che però sono privi di una vera morale pedagogica.

Consigliato: a chi crede nel destino, nel karma, nella redenzione e nella nobiltà d’animo.

Voto: 5/6

Info:

Edito da Il Sole 24 Ore 2011, 95 pagine