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Il sottotenente Gustl (A. Schnitzler)

  • Scritto da Anita Magnani

il sottotenente giusti Sarà anche uno dei padri fondatori del “monologo interiore” Arthur Schnitzler, e sicuramente uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, ma leggendo questo libro, questo unico monologo interminabile, non posso non sospirare a fine lettura pensando: “che due coglioni”. Certamente, il fatto che il “racconto lungo” in questione sia ambientato nella Vienna di fine Ottocento e che abbia come eroe negativo la figura di un sottotenente non aiuta (almeno non aiuta me).

Il libro: questa novella scritta in cinque giorni ha per protagonista un giovane ufficiale austriaco, vile e becero fino all’inverosimile, che rimane prigioniero delle regole militari e borghesi in cui è cresciuto, mostrandone tutte le falle, la decadenza e la superficialità. In una società in cui è meglio morire che apparire disonorati, ci si batte a duello per un “salve” di troppo. Schnitzler spoglia l’esercito dei suoi meccanismi brutali e insensati, dipingendolo come una casta a parte in cui si trascorre il tempo a occuparsi di inezie d’orgoglio piuttosto che di presunta difesa della patria. Infatti, per questo racconto (riporta la “quarta di copertina”), pubblicato in rivista nel dicembre 1900, l’autore fu privato del grado di medico militare con l’accusa di aver “infamato il prestigio dell’esercito austro-ungarico”.

Ma non è solo l’esercito il bersaglio nel mirino dello scrittore: altre tematiche salgono al pettine. L’antisemitismo su tutte. Il personaggio di Gustl incarna tutti i presupposti che da lì a poco faranno da fondamenta all’imminente nazismo: l’avversione verso gli ebrei, l’imposizione della forza come unico mezzo di rispetto, il disprezzo nei confronti della figura femminile, la superiorità della razza ariana. Feroce il sarcasmo con cui Schnitzler descrive la Vienna fin-de-siècle, completamente depauperata di qualsiasi valore e aggrappata al vuoto di cerimoniali che puzzano di muffa.

L’impalcatura generale è palesemente teatrale. Un fatto iniziale scatena la caduta di un personaggio borghese e tragico fino al colpo di scena finale che ribalta tutto l’impianto drammatico. Forse questo soggetto sarebbe stato più appropriato se trasformato in copione teatrale che non in racconto narrativo. Troppe le frasi lasciate in sospeso con i tre puntini (come se in quel momento l’attore – o il personaggio- avesse dovuto fare una pausa di sospensione nella battuta), troppe le esclamazioni e i mugugni (Ah! Eh! Uh!). Curioso che sia questa novella a essere la madre partoriente del “monologo interiore” ma che sia stato Joyce, di lì a poco, a essere riconosciuto come il fondatore indiscusso della tecnica, nell’Ulisse.

L’influenza di Freud è indiscussa e di certo non trascurabile (i due si scambiano, nel corso della vita, diverse lettere e lo stesso Freud arriverà a considerare Schnitzler una sorta di suo "doppio"), come anche l’interesse per l’ipnosi; interesse che ha condotto Schnitzler stesso a sondare i territori dell’intelletto umano; da qui il flusso di coscienza.

Conclusioni: decisamente un libro poco estivo e di difficile lettura. C’è chi sostiene che la lentezza e la scarsa fluidità della narrazione sia voluta dallo scrittore per meglio sottolineare la pochezza di spirito del protagonista. Non dubito di questo, certamente Schnitzler avrà fatto i suoi conti. Certo è che il risultato non cambia: il libro è a tratti noioso e di difficile lettura. Le sue 58 pagine equivalgono alle 580 di un libro giallo. Ripeto: grande analisi psicologica e sociologica (anche di una certa portata ideologica), grande pensatore e indagatore della coscienza umana (sostengo a pieno le sue posizioni e ripongo in lui tutta la mia stima) ma come novella (e qui si sta giudicando fondamentalmente quella e non l’autore in quanto tale) rompe i coglioni. Il palcoscenico, e non la pagina, è in realtà l’habitat ideale di questa partitura. Quindi fate finta di essere comodamente seduti in platea mentre leggete e immaginate questa storia di raggelante modernità. Non si può dire che Schnitzler non sappia scrivere; infatti il mio giudizio non riguarda la scrittura in sé, riguarda la scelta del mezzo con cui è stata rappresentata la vicenda. Il suo non è un problema di ritmo, semmai un problema di “personaggio”. Un personaggio così raccapricciante, così nullo non può essere tollerato a lungo. Viene voglia di prendere il libro e calpestarlo, sperando così di provocare dolore fisico a questa merda di sottotenente che definire merda è un eufemismo.

Voto: 5

 

Edito da Il Sole 24 Ore

2011, 58 pagine