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Il de Inquietudine et Umbra (O. Labbate)

Se non conoscete Palahniuk, Poe, Wallace e Ginsberg e ignorate l’esistenza di Burroughs, Borges e Kerouac, questo libro non fa per voi. Se invece tutti questi autori appena citati li conoscete (basta anche solo la metà), a parte un applauso e i miei più sinceri complimenti, non è detto comunque che questo libro faccia davvero per voi. Un dubbio esistenziale che vi pone davanti ad una scelta. Quella di leggere o meno questo libro. Non seguite i miei suggerimenti, perché io ne sconsiglio vivamente la lettura.

Il “De Inquietudine et umbra” è “un percorso di infernale underground irreale: burroghsiano, bukowsiano, kerouacchiano, kafkiano, ginsbergiano e milleriano”, dice la prima di copertina. Lo “studio etimologico-iniziatico-poetico-sessuale della parola inquietudine”. E siamo solo a pagina 3. Un viaggio allucinogeno nella mente di un giovane scrittore esordiente che dei suoi deliri notturni ha scritto un libro. Un “anti-romanzo” che si ispira a grandi autori e che proprio a partire da questi ha immaginato assurdi dialoghi oscuri con ciascuno di essi. Un testo sicuramente impegnativo che ti obbliga a usare il cervello, anche solo per rimanere concentrati nella lettura di tre righe. Individuare un senso è impresa non solo difficile, ma alquanto impossibile. Un arduo tentativo per menti pericolosamente coraggiose (o solamente folli). Un esperimento da tentare se non avete nient’altro di meglio da fare.

Il testo si divide essenzialmente in tre parti. Una prima suddivisa per ore (ad ogni minuto corrisponde un nuovo irragionevole pensiero) e una seconda e una terza, ripartita in lettere. La scrittura è invece la stessa, dall’inizio alla fine: macchinosa, faticosa ed estremamente sapiente, quasi enciclopedica. Un libro che rischia di essere venduto con un dizionario in allegato. Un’offerta del mese del tipo 2x1. Un consiglio ad abbandonare la lettura sul nascere a chi non è in grado di trovare più di tre aggettivi per la stessa parola. La storia invece non esiste. Nessun personaggio principale, nessun antagonista, nessun messaggio nascosto tra le righe: solo pensieri. Elucubrazioni notturne post sbronza che sicuramente rimandano alle opere di grandi nomi della letteratura e del cinema contemporaneo (e che sicuramente inducono a pensare che l’autore del libro sia una persona acculturata. Labbate ci tiene a sottolineare che “lo stile è tipico di un cut up usato per la prima volta da Borroughs in “Pasto Nudo”), ma che richiedono necessariamente un alto livello di concentrazione ed una bella scorta di birra per calarsi nell’atmosfera del libro.

“La fabula oraziana dell’inquietudine et umbra” non permette dunque mezze misure. O la si ama, o la si odia. Non c’è via di scampo. A mio avviso, non c’è nemmeno bisogno di una suddivisione in più momenti di lettura (un primo “narrativo”, un secondo “ponderato” e un terzo “esasperato”), come ci viene consigliato nella postfazione del libro stesso. Un conto è ripensare stesi sul letto alle emozioni e alle impressioni che un determinato libro ci ha lasciato, tutt’altro è invece mettersi a tavolino ad effettuare quasi chirurgicamente un’operazione letteraria. Perché?

Perché Orazio Labbate ha messo da parte dubbi e pregiudizi, e ha semplicemente scritto tutto ciò che gli passava per la testa. Ha “vomitato” i suoi pensieri su carta e ha inviato tutto ad un editore. Colpito e affondato. Il libro è stato pubblicato e ora le sue allucinazioni intellettuali si trovano anche in libreria. In questo caso la questione si riduce a due semplicissimi punti: o sono io l’unica a non aver intravisto la genialità in questa opera (di cui, tra l’altro, è stato coniato addirittura l’aggettivo in onore del suo autore) o sono gli altri ad averla solo sopravvalutata. Chi lo sa. Spero di essermi sbagliata. Magari ho scelto il momento meno adatto per leggere questo testo, magari non mi sono immedesimata in questo “sotto-mondo disturbato” o magari non ho bevuto abbastanza alcool per comprendere a pieno il senso ultimo di tutto. Lascio a voi l’ardua sentenza.

“Cip, cip, qua, qua, io non sono un ornitologo ma le due stanze sanno di rumorosa copulazione di uccellacci semi-impiccati alla cornetta, storditi da bucherellati ricevitori per orecchie che emettono la stridula vocina dell’al di là, sintonizzano la loro “insania” per traghettarla verso il banco strapieno di Caronte”

Info libro:

Scritto da Orazio Labbate Edito da Limina Mentis Editore, 2011 Pagine 232