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Placebo: Loud Like Love

  • Scritto da Michele Zizzi
placebo loud like love Prima caduta: Muse. Seconda caduta: QOTSA. E finalmente ci siamo, l’attimo prima dell’inesorabile fine, la terza caduta: Placebo, una via crucis impostaci da quel Ponzio Pilato che noi chiameremo “Mercato” come supplizio, una sorta di “genodeicidio”, una nuova crocefissione: la nostra.

"Loud Like Love" è il nome di questa nuova deforme e malsana creatura discografica, figlia di Brian Molko & Co. A quanto pare i miracoli hanno davvero natura sporadica e misteriosa: nemmeno Steve Forrest questa volta è riuscito a dare uno scossone alla band (come fece in "Battle for the Sun"), che è precipitata nuovamente nel baratro della banalità, dimenticando che la venatura pop che le ha conferito l’etichetta “glam” è, appunto, una venatura, un profumo, un retrogusto delicato in un piatto indie-rock degno del miglior Cannavacciuolo.

Diabetico sotto ogni punto di vista, a partire dal titolo: “Loud Like Love – Forte Come l’Amore”.. io ci aggiungerei più che altro un “forte come il patetico”, perché di questo si tratta, un album da top-chart che lascia i tempi che trova, passa il santo e passa la festa. Si fa forte di un singolo virale e altamente remunerativo, ma per sua stessa definizione la remuneratività implica una produzione in larga scala, destinata ad un pubblico commerciale e non selettivo. Che per carità, non sia mai che mi sentiate pronunciare <> o <>, certi commentucoli italioti li lascio volentieri alle crociate alternative, io mi limito a criticarne la contestualizzazione sul piano qualitativo, e, qualitativamente parlando, questo album è come una coccola post coito: c’è a chi piace, e c’è chi invece vorrebbe solo fumarsi una cazzo di sigaretta in santa pace.

Una Tracklist sdolcinata e stucchevole che fa quasi cadere i denti dalla bocca, inutile prendere le tracce singolarmente, sarebbe come voler riconoscere dalla bile le pietanze ingerite prima.. qui va fatto un discorso d’insieme, unitario ed omogeneo. Perché quest’album, sebbene sia una vacca magra, non implica a sua volta che sia privo di un iter concettuale o di una filologia chiara e definita: si parla di amore, amicizia, relazionologia nel moderno, il rapportarsi nel XXI secolo, temi certamente impegnati, ricercati, non comuni per menti che elaborano la società al 2%.. "Loud Like Love", la prima traccia, si trascina dietro quanto di più caratterizzante ha fatto la band fino ad oggi, sebbene le classiche sonorità che compongono il brano e l’inconfondibile voce non sono bastevoli per farne un pezzo destinato a ricordarsi nella storia. E lo stesso discorso va fatto per "Rob The Bank", niente di più che una valida idea allo stato embrionale, un brano che si sviluppa statico e prevedibile, implode su se stesso forse fuorviato dalla convinzione che fosse sufficiente l’intuizione della muisicalità, sacrificandone il vero potenziale. Per quanto concerne il resto, lo abbiamo detto pocanzi, tracce anonime, banali, prive di veri contenuti, minuti su minuti solo per tagliare un traguardo discografico che ricopre di gloria e allori cani e porci.

Insomma, del loro nome ne hanno fatto un nomen-omen: i Placebo si sono fatti placebo, una sostanza che, pur priva di efficacia terapeutica, è deliberatamente somministrata alla persona facendole credere che sia un trattamento necessario. E magari qualcuno ci cascherà anche, ma a mio avviso ci stanno notevolmente sottovalutando, o quantomeno se ne sbattono altamente dei loro clienti affezionati, che ad oggi corrispondono sicuramente ad una fetta infima del loro pubblico moderno, quello che va a vedere i Muse per "Starlight", per "Neutron Star Collision (Love Is Forever)", per "The Resistance" o, peggio, "Madness". Avranno un pubblico che ignorerà completamente la loro apparizione devastante a San Remo, il dito medio alla platea, o il bicchiere di latte chiesto in diretta alla Ventura. Loro adesso avranno un pubblico, come dire, più semplice, meno pretenzioso, che chiederà loro il bis di "Too Many Friends", dell’omonima "Loud Like Love", spingendosi al massimo su "For What It's Worth".

Potrà anche essere una scelta di comodità la loro (e cono loro non intendo solo i Placebo), stancati da tutto e da tutti, oppressi dall’importanza del loro nome e dal grave che ne costituisce/iva il loro pubblico, in cerca solo di soldi e affini, ma io non ci sto a farmi mettere in croce da questi surrogati dell’Iscariota, che con presunzione hanno ricoperto una fetta importante degli ascolti di sempre, influenzando gusti ed opinioni, pareri e formamentis. E proprio come Giuda, vi siete presi i trenta denari che vi spettavano, ora possiamo farla finita con sta storia. Perché è vero che siamo caduti tre volte, ma questa via crucis non avrà come martire né me, né il pubblico che rappresento, né ora, e né mai.

Info:
Vertigo / Universal, 2013
Pop-rock

Tracklist:
01. Loud Like Love
02. Scene of the Crime
03. Too Many Friends
04. Hold On to Me
05. Rob the Bank
06. A Million Little Pieces
07. Exit Wounds
08. Purify
09. Begin the End
10. Bosco