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Pj Harvey: "Let England Shake"

  • Scritto da Enrico Tallarini

pj harvey Indietro dove non si era mai stati

Era ora. Dopo un parto durato quasi quattro anni ecco l’ottavo lavoro della Polly Jean Harvey, icona d’eccellenza del rock al femminile. Quattro anni che, come ha dichiarato la stessa PJ, le sono voluti per scrivere le liriche di questo “Let England Shake”. E l’attesa era tanta, così come tanta era la curiosità del cosa aspettarsi dalla cantautrice del Dorset dopo il rock acido di “Uh Huh Her” e l’intimismo malato del successivo “White Chalk”. E PJ stupisce ancora, e pare così stravolta da farsi quasi non riconoscere. Che piaccia o no. Registrato in una chiesa dell’ottocento con la compagnia del fido John Parish e di quel Mick Harvey uscito da poco dai Bad Seeds di Nick Cave, “Let England Shake” è un grido intonato alla crudeltà delle guerre, angoscioso e scuro come un lamento che viene da lontano. L’eco scomposto di un urlo al massacro.

È un disco dal suono strano, ovattato, pieno di echi e riverberi, che risente dell’atmosfera fredda e ombrosa che l’ha concepito. Non è il disco che ci si poteva aspettare dalla bella PJ, e non è un disco accomodante, eccezion fatta per il singolo “The Last Living Rose”, che può far da punto fermo nell’attesa di decifrare e lasciarsi trasportare dalla passione intrisa nelle restanti tracce. Se ne respira tanta di passione qui, ed è una passione smembrata, ectoplasmica quasi, come ectoplasmica è la voce di PJ, mai così scomposta e filtrata, che a volte arriva addirittura ad echeggiare quella di Bjork. Già l’intro rock alla “Lust For Life” di “Let England Shake” mostra il seme di un’inquietudine inaspettata, oscura e sgambettante. La già citata “The Last Living Rose” è invece un pop epico e trascinante, impreziosito da una ritmica saltellante e da inserti di fiati da banda cittadina. È la canzone che scriverebbe Springsteen se fosse giovane e gay. La tensione rimane alta grazie a “The Glorious Land” e al suo riff pulsante di basso, con un tappeto sonoro fluido e i cori oscuri del Nick Cave anni ottanta. Ascoltatevi poi il crescendo e le aperture melodiche di “All and Everyone”, e vi ritroverete la passione di cui vi parlavo prima saltarvi addosso e fare della vostra pelle un brivido. Stessa cosa per la successiva “On Battleship Hills”, quasi una litania, un lamento solenne e meraviglioso, secondo solo al canto che mira al cielo sul finale di “In The Dark Places”.

E qui si vola davvero alti. È un piano sommesso e malinconico ad accompagnare “Hanging in the Wire”, prima di una impalpabile “Written on the Forehead”, che parte filtrata e sospesa per poi divenire un quasi reggae con chitarre in levare e un magma sonoro extraterrestre, a mostrare una PJ Harvey inedita quanto affascinante e ben accetta. È con “The Colour of the Heart” che si chiude “Let England Shake”, in un duetto tra Pj e John Parish. Una sorta di funerale-rinascita che lascia appesi, in un canto malinconico che si apre agli spiragli di una luce risolutiva e accecante. Tristi dentro, ma felici fuori. Felici di poter ancora venire sconvolti da un disco. La musica che diventa poesia, cantata da una delle voci più intense, sorprendenti e mature dei nostri giorni. Se non vi siete mai approcciati a lei, non cominciate da qui. Per tutti gli altri sarà una splendida conferma. Ed è bello quando gli artisti che ami crescono con te, e ti superano senza starsene a bearsi del passato. PJ invece cambia sempre canzone. E al giorno d’oggi non capita tanto spesso.

Voto: 8

 

Info:

Island/ Universal, 2011

Songwriter, folk

 

Tracklist:

01. Let England Shake

02. The Last Living Rose

03. The Glorious Land

04. The Words That Maketh Murder

05. All And Everyone

06. On Battleship Hills

07. England

08. In The Dark Places

09. Bitter Branches

10. Hanging In The Wire

11. Written On The Forehead

12. The Colour Of The Heart