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GIANCARLO FRIGIERI: Togliamoci il Pensiero

Ci sono dischi e artisti di cui è difficile parlare, perché portano avanti una linea artistica e una visione del mondo talmente formata e definita che a scriverci qualcosa si rischia di cadere in cliché e ripetere sempre le stesse cose. Detto questo, che è cosa solo che positiva, me ne frego di ripetermi e scrivo quello che penso di questo “Togliamoci il Pensiero”, il nuovo disco di Giancarlo Frigieri.

Già dal titolo, l'album, che arriva un anno dopo quella perla che va sotto il nome “I Sonnambuli”, mantiene l'ironia e la tagliente lucidità che da sempre caratterizzano il cantautore emiliano. Perché il pensiero, anche solo per toglierlo, bisogna avercelo, e non è cosa da poco.

Nove canzoni che ci consegnano, almeno musicalmente, un disco più vario rispetto ai precedenti. Folk, rock, cantautorato, funky, momenti valzer e bordate elettriche: dentro ci trovate questo e molto altro, così che l'orecchio mai si stanca e mai si adagia, restando sveglio, assieme al cervello, pronto a captare ogni segnale di quella voglia di ribaltare i luoghi comuni e risvegliare il pensiero tanto cari al buon Frigieri.

L'ironia lucida e quel cantato che scandisce alla perfezione ogni sillaba che riecheggia Giorgio Gaber, il respiro blando ma epico di De Gregori (“Grappoli” su tutte), le bordate elettriche di Bob Mould: questo e non solo questo troverete nei solchi del disco, valorizzato da testi di una lucidità poetica rara e senza cadute.

Sono le parole, l'arma di Giancarlo Frigieri; le parole che danno voce alla quotidianità e dipingono la nitida “La Polisportiva”, quelle che ribaltano un'autostrada di cliché in “Diversi dagli Altri” e che colorano il folk rock della traccia omonima, solo per fare una manciata di esempi.

Così come l'importanza di avere un nemico ben definito per comprendere chi siamo (“Il Nemico”), o l'inquietudine da trittico amoroso (“L'altra”), per arrivare a "Criceti", forse la canzone emotivamente più potente, che chiude l'album con un vero e proprio cazzotto nello stomaco.

La morte di un uomo che vive da sonnambulo, che scivola, e alla stregua di un criceto si ritrova costretto a lavorare e lavorare, “incastrato dentro ad una vita finta”.

Perché per domare un uomo non c'è metodo migliore che farlo lavorare ogni giorno sulle nove o dieci ore.

Qui dentro, insomma, troverete pane per tutti, anche per chi non ha denti. Che una sveglia fa sempre bene, per capire che di ore di sonno ne abbiamo già fatte abbastanza. C'è poco da fare. Quando senti che un disco ti conosce e parla di te, e lo fa senza frasi fatte e luoghi comuni, ti accorgi che non è poi così male fare parte di un coro.

VOTO: 7,5


Info:

Controrecords, 2012

Cantautorato, Folk, Rock

 

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