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David Bowie: The Next Day

Altro che Five Years. Il silenzio del Duca è durato una decade: dieci anni di assoluto ritiro dalle scene, dieci anni durante i quali ogni tanto qualcuno si domandava che fine avesse fatto David Bowie, senza trovare risposta. Dopo l’infarto che lo colse nel 2004, il camaleontico artista inglese era letteralmente sparito, senza produrre nulla se non un silenzio assordante. Il sipario sembrava essere calato sulla carriera di Bowie che, avvolto in quell’aura di nostalgia mitica che conquistano solamente gli eroi, pareva aver accettato la fine del suo eclettico susseguirsi di parentesi, personalità ed ere.

Ma adesso il sipario si è strappato. Ancora una volta, il Duca ritorna. Ancora una volta, sotto una forma diversa che, a sorpresa, sembra essere la più sincera, la più pulita, la più vera. "The Next Day" è il coltello con cui David ha lacerato il sipario e gettato la maschera. Chi è adesso David Bowie? È Ziggy Stardust, il funambolico solitario dai costumi luccicanti, degno erede delle lezioni di Lindsay Kemp? È l’algido Thin White Duke, sottile come la sigaretta che tiene stretta tra le labbra? È il profugo accolto da una Berlino subdola e seducente, scandita dai suoni di un’elettronica ancora acerba? Sì e no. Bowie è tutto e niente. Ogni personaggio che si è accuratamente costruito, indovinando esattamente il momento in cui abbandonarlo, è parte di lui ed è presente in "The Next Day". Ma stavolta c’è qualcosa in più.

Durante un’intervista a NME, Tony Visconti, storico produttore, amico e portavoce di David Bowie, ha definito The Next Day come un album prevalentemente rock, ma il confine di genere con Bowie è ed è sempre stato molto labile. Il primo singolo tratto dal disco, quella “Where are we now?” rilasciata a sorpresa il giorno del compleanno del Duca, è una ballata malinconica e profonda, uno di quei pochi pezzi davvero palpabilmente intimistici narrati in prima persona. Ambientata nella stessa Berlino che alla fine degli anni Settanta funse da rifugio all’anima di uno Ziggy ormai prostrato dalla droga e dall’allure stregata di Los Angeles, la quinta traccia di "The Next Day" sembrava il testamento di un artista perso nel tempo, pronto a ritirarsi nell’ombra in cui si nascondeva già da molti anni. Sembrava, perché il singolo che è seguito dopo, “The stars are out tonight”, ha rimescolato le carte in tavola. Con un video sapientemente diretto da Floria Sigismondi, Bowie ci avverte dell’ingannevole natura delle star, che “burn you with their radium smiles and trap you with their beautiful eyes” e, di fatto, ci intrappola lui stesso.

Per parlare di quest’ultimo album bisognerebbe analizzarne a fondo ogni singola traccia, sviscerarne chirurgicamente i testi, catturarne le mille citazioni e ripercorrere minuziosamente la carriera di David Bowie. Ancora una volta, si tratta di tracce che raccontano storie e personaggi diversi, ma per gli attenti conoscitori di Bowie è facile richiamare alla mente vecchie ossessioni che si ripetono sistematicamente in ogni maschera adottata durante la sua carriera. Anche in "The Next Day" ritroviamo la solitudine, l’incomprensione, l’alienazione; ma adesso David Bowie non ha più bisogno dello scintillante Ziggy per venire a patti con il tempo tiranno, né del variopinto Aladdin. David è semplicemente David; è in tutto e per tutto la personificazione del pirandelliano "Uno, Nessuno e Centomila".

Da un punto di vista prettamente musicale, in "The Next Day" troviamo echi al passato di Bowie e un patchwork di stili, generi e omaggi fitto e intricato. In “Dirty Boys” e “Boss of me”, il sax seducente e ingannevole di Steve Elson mostra il lato più sensuale del Duca, mentre brani come “Dancing Out in Space” non lasciano spazio al respiro, in un’escalation rock psichedelica totalmente nonsense che rapisce e stordisce senza tregua. La follia continua in “How Does the Grass Grow?”, pezzo di cui Jerry Lordan degli Shadows è citato come co-autore per l’inconfondibile citazione di “Apache” nel ritornello. La voce di Bowie è sempre graffiante, mutevole, sinuosa: è come un serpente che, strisciando silenzioso e cambiando pelle, ti colpisce alla spalle, lasciandoti paralizzato. Ci sono l’epica nostalgia di “All the Young Dudes”, lo straniamento sincopato di “Young Americans”, lo scanzonato abbandono di “Absolute Beginners”; ci sono echi a Nick Cave, un po’ di Scott Walker, sembra addirittura di scorgere il George Harrison di "Cloud Nine".

"The Next Day" è, in sostanza, un ritorno in grande stile. Chi temeva che David Bowie sarebbe inciampato nella banalità e che avrebbe finito per produrre un album scontato, di cui si poteva fare a meno, può rassicurarsi: siamo davanti a uno dei lavori più completi, corposi e interessanti di tutta la sua carriera. E se parliamo di David Bowie… scusate se è poco.

Voto: 8,5


Info:

Columbia, 2013

Pop-rock


 

Tracklist:

1. The Next Day

2. Dirty Boys

3. The Stars (Are Out Tonight)

4. Love Is Lost

5. Where Are We Now?

6. Valentine's Day

7. If You Can See Me

8. I'd Rather Be High

9. Boss Of Me

10. Dancing Out In Space

11. How Does The Grass Grow

12. (You Will) Set The World On Fire

13. You Feel So Lonely You Could Die

14. Heat

Edizione Deluxe - Bonus tracks

15. So She

16. Plan17. I'll Take You There