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Dadamatto - Canneto

  • Scritto da Simone De Maio
dadamatto
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Nel 2014 la label La Tempesta ha prodotto l’album dei Dadamatto, una band di Senigallia piuttosto singolare composta da Marco Imparato (Voce, Basso, Theremin, Organi), Andrea Vescovi (Chitarra, Cori) e Michele Grossi (Batteria, Cori), una miscela di punk, pop, psichedelica e molto altro fuso in un sound raffinato e ben costruito.

A distanza di esattamente tre anni dalla pubblicazione di “Rococò”, ora a fine 2017, la band ha realizzato un nuovo lavoro autoprodotto, intitolato “Canneto”, registrato e mixato tra lo studio Jork di Dekani (Slovenia) e il Bunker Studio di Rubiera (Reggio Emilia) e masterizzato da Carl Saff (Chicago).

Nei sette brani, che compongono questo nuovo album, s’incontrano le atmosfere create dalla visionaria ironia artistica di Marcel Duchamp, dal film d’animazione francese “Il pianeta selvaggio” di Roland Topor e René Laloux e dai testi dello scrittore beat William S. Burroughs.
Il sound, allucinante e dilatato, si scontra con l’anima incredibilmente punk e diretta dei nostri. Le soluzioni stilistiche scelte, certamente, pur non innovative nel panorama musicale, sono comunque interessanti e capaci di investire l’ascoltatore con un’onda sonora che penetra sin dentro i timpani. Particolarmente inquietante il brano, intitolato ‘La furia, il gobbo e la miccia’, dalla durata di un minuto e trentasei secondi, composto soltanto da piano e da una voce urlante e ansimante, che si inserisce verso il finale. In “Canneto” si avvertono le influenze artistiche dei Deerhoof, This Heat, Vel che hanno indirizzato il nuovo sound.

I Dadamatto propongono un lavoro studiato nei minimi dettagli, composizioni fresche, abbastanza pop, ma coadiuvate da soluzioni originali, che possono essere apprezzate sia dall’ascoltatore più ricercato sia da quello meno esigente. I testi sembrano derivare da un lungo flusso di coscienza personale e surreale. In conclusione il verso «Brindiamo alla vita che non è infinita», del pezzo ‘Vulcano’, rappresenta perfettamente “Canneto”, che appare come un baccanale ad onore della finitezza dell’esistenza umana.