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Chelsea Wolfe: Pain is Beauty

  • Scritto da Marco Tonelli

chelsea wolfe Chelsea Wolfe ha stile, carattere ed un immaginario tutto suo. Oltre al meritatissimo clamore mediatico, la cantautrice losangelina ha saputo mettere in piedi un vero e proprio universo sonoro grazie ad un approccio alla materia decisamente personale e ricco di sfumature. Non solo Goth/Art Rock, ma una serie di influenze capaci di esprimere al meglio un caleidoscopio emotivo che oscilla costantemente tra dolcezza, oscurità ed improvvise esplosioni strumentali. Immaginate una Pj Harvey demoniaca, aggiungete una predilezione per i saliscendi umorali, infine spolverate con una passione per il Folk ed una capacità innata di far scivolare la forma canzone verso orizzonti decisamente espressivi e magniloquenti.

Dopo la riuscitissima prova acustica di “Unknown Rooms: A collections of acoustic songs”, Chelsea Wolfe torna a far ruggire le chitarre spostando la barra verso una perizia compositiva ed un eclettismo sonoro decisamente fuori dalla norma. “Pain is Beauty” mischia con disinvoltura i generi piu disparati (Dark Wave, il Synth Pop, l'Ambient e l'Alt Rock anni '90), con il risultato di offrire all'ascoltatore un viaggio senza ritorno, tra sonorità oscure e agganci melodici da far venire i brividi. Composizioni lunghe, complesse ed articolate, ma senza mai perdere la necessità di farsi ascoltare e fruire. Il vero salto qualitativo risiede in una maggiore messa a fuoco, un crescente piglio “Pop” finalizzato a smussare gli spigoli e le angolature del passato. Una media di cinque minuti per canzone che scivolano come acqua torbida, che incantano e catturano grazie ad una voce ipnotica e magnetica.

Se la visceralità dell'amore, il lato oscuro del sentimento, e il tormento dell'esistenza sono da sempre i temi preferiti di miriadi di artisti darkettoni, “Pain is Beauty” trascina i testi verso un livello superiore in cui le parole sono al servizio della musica, e viceversa. Insomma, un connubio calibrato al dettaglio, in cui le diverse parti in campo compongono le fondamenta della dimensione ultraterrena messa in piedi.

Si sa, la forza della natura è imprevedibile, quando meno te lo aspetti ti sconvolge con la furia degli elementi. “Feral Love” colpisce con la potenza di un ciclone, a metà tra sonorità ambientali e contorsioni sintetiche. “The Warden” sperimenta con l'elettronica regalando vagonate di suggestioni. Il piglio elettrico del passato è messo in evidenza dal crescendo cinematico delle chitarre (“We Hit a Wall”) o dall'andamento saltellante di alcuni arrangiamenti (“Destruction makes the world burn brighter”). Non mancano le immersioni nelle profondità di un suono che fa dei riverberi e dei drone il terreno adatto per far crescere frutti velenosi e letali (“Kings”, “Ancestors, the Ancients”). Senza dimenticare la primordiale (e viscerale) anima folk di brani come “Reins” e “They'll clap when you're gone”. Addentrarsi da queste parti non è semplice, ma non disdegna le carezze di un pianoforte e gli schiaffoni di una voce che fa letteralmente quello che vuole. “The Waves have Come” ti incolla alle casse con la forza di un maremoto e la dolcezza della risacca.

Capolavoro? Pietra miliare destinata a rimanere nel tempo? Agli ascoltatori la risposta.

Voto: 8

Info:
Sargent House, 2013
Dark/Art rock

Tracklist:
1. Feral Love
2. We hit a Wal
3. House of Metal
4. The Warden
5. Destruction makes the world burn brighter”
6. Sick
7. Kings
8. Reins
9. Ancestors, the Ancients
10. They'll clap when you're gone
11. The Waves have come
12. Lone