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Cesare Basile: "Sette Pietre Per Tenere Il Diavolo a Bada"

  • Scritto da Enrico Tallarini

cesare basile Una storia fatta di grazie

Una delle ultime volte che ho visto Cesare Basile dal vivo fu in apertura ai Willard Grant Conspiracy, in un locale aretino per niente affollato, e di quella serata c’è un ricordo in particolare che a pensarci mi turba ancora. Un deficiente dal pubblico alza la voce e chiede al cantautore catanese di suonare un pezzo di De Gregori, manco fosse un jukebox o uno di quegli squattrinati raccatta soldi da pianobar. E immagino che di storie tristi come questa Basile ne abbia un’infinità da raccontare. Viso consumato e sguardo tutt’altro che accomodante: Cesare Basile è uno dei pochi cantautori italiani che tira dritto per la sua strada e se ne frega del resto, schivando ciò che alla musica ruota intorno come un satellite e che spesso finisce per oscurarla.

Questo “Sette Pietre per Tenere il Diavolo a Bada” arriva proprio al momento giusto, a placare un’attesa lunga tre anni e ormai ai limiti della sopportazione. Un titolo curioso, una cover indecifrabile e si parte. Apre il disco “L’ordine del Sorvegliante”, perfetta nel suo incedere ipnotico e sensuale, quasi un mantra tra asini che ragliano e amori che son faccende troppo delicate. “Il Sogno della Vipera” invece, dall’ alto del suo struggimento desertico e malato, è così vicina alla perfezione da stropicciare gli occhi. Una ballata di folk nero, dolce e legnosa, resa ancora più suadente dagli archi alla Ellis che sembrano uscire direttamente da “No More Shall We Part” di Nick Cave. “L’impiccata” è un mezzo blues oscuro e zeppo di fiati stranianti, che poi si scioglie e lascia il posto all’ angoscia ancestrale di “Strofe della Guaritrice”. Qui Basile strizza l’occhio al Cave più rumoroso, quello più sporco e marcio, in un continuo ringhiare di piscio e vermi, “perché se non campano i vermi nessuno può campare”. Da rifletterci su.

Il fantasma di Fabrizio De Andrè sorride ascoltando “E Alavò”, e si sentirà più che mai tirato in causa nella successiva “Elon Lan Ler”, una sorta di “La Ballata dell’Amore Cieco” eterea e volatile, come se fosse stata ri-arrangiata per un cartone animato della Disney, per spiegare da subito ai bambini che l’amore può fare male, fino a farti strappare il cuore dal petto a tua madre. Soffice fuori, granitica dentro. La saltellante e folkloristica “Sette Spade” smuove culo e teste, ma è con “La Sicilia Havi un Patruni”, brano tradizionale siculo, che la voglia di riscatto emerge in tutta la sua compiutezza. Un urlo disperato e gonfio di orgoglio di una terra “spopolata” e “addormentata”, ma consapevole che la sorte si conquista, e “si conquista con la forza”.

A chiudere il sipario ci pensa la dolce e soffusa nenia di “Questa Notte l’Amore a Catania”. Un saluto lungo poco più di un minuto, a metà tra elogio, accusa e marcia funebre alla città, che sa di buio e cicche spente che quasi commuove. Per me è la conferma che tutto il mondo è paese. Per Cesare Basile è l’ennesimo tassello di una storia musicale per la quale si può solo dire grazie.

Voto: 7

 

Info:

Urtovox, 2011

Songwriter

 

Tracklist:

01. L'ordine del sorvegliante

02. Il Sogno della vipera

03. L'impiccata

04. Strofe della guaritrice

05. E Alavò

06. Elon Lan Ler

07. Sette spade

08. Lo scroccone di Cioran

09. La Sicilia havi un patruni

10. Questa notte l'amore a Catania