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Bachi Da Pietra: Quintale

Anno nuovo, vita nuova. Scusatemi la banalità, ma è la prima cosa che mi viene in mente quando penso a “Quintale”, la nuova fatica discografica dei Bachi da Pietra. Come tutte le mutazioni, non vengono mai dal nulla, ma nascono da un terreno già scritto e riconoscibile.

Il suono di Giovanni Succi e Bruno Dorella lo abbiamo imparato a conoscere in quasi otto anni di carriera, un Folk Blues scarnificato, oscuro e poco intelligibile capace di regalare brusche ed intense emozioni. Già dai tempi di “Quarzo” si poteva intuire una sottesa svolta melodica nel suono del duo, ma è con “Quintale” che i Bachi da Pietra spiegano le ali. Uno stile che si irrobustice nella sua componente Heavy ed allo stesso tempo si fa più “razionale” e soprattutto assimilabile.

Una botta non indifferente, indirizzata verso sentieri metallici e soprendentemente melodici. Le parole sussurrate, i delay di chitarra acustica e la batteria primitiva si trasformano per la prima volta in “canzoni” nel vero senso della parola, influenzate sia dalla visionarietà letteraria dei Massimo Volume che da una robusta dose di archetipi Death Metal. Un gioco dei contrasti che non stona, anzi fornisce al progetto una marcia in più in materia di fruibilità del messaggio.

Che Giovanni Succi sia un poeta non è una novità, ma nei tredici brani che compongono la tracklist dell'album le sue parole deflagrano, assumono forme nuove, si dotano di una forza emotiva mai sentita prima. Un concentrato di testi che non si sentono troppo spesso, con il risultato di riprendere le metafore del passato (insetti, pietre, fessure), per farle interagire con un orizzonte lirico più maturo e autosufficiente. Un disco ben posizionato sulle diverse sensazioni che riesce a suscitare, dalla rabbia chitarristica, all'angoscia dei rumori e dei riverberi, passando per la potenza emotiva ed epica dei cori e dei diversi contributi strumentali disseminati sul percorso.

Le scariche metalliche di “Paolo il Tarlo”, “Coleotteri” e “Sangue” non lasciano spazio alle congetture. Lla volontà di farsi sentire si trasforma in un vero e proprio muro concettuale, in cui tutti gli elementi non sono lasciati al caso, ma vengono fatti coesistere in un composto estremamente lucido e urticante. “Haiti” e “Mari Lontani” spingono al massimo l'acceleratore verso una dimensione visionaria e nel medesimo tempo estremamente terrena e fisica, tra assoli lancinanti e spruzzate di Rock oscuro dal vago sentore gotico. “Io lo vuole” e “Pensieri, Parole Opere” riprendono il Blues Rock elettrificato e lo rileggono sotto una luce scura e decisamente apocalittica. Un discorso ben argomentato che trova il suo degno apice con “Dio del suolo”, vero e proprio capolavoro di cantautorato spietato e fortemente umano ed empatico, destinato a scuotere le membra e soprattutto il cervello dell'ascoltatore per molto tempo.

Una pesantezza che non può e non deve passare inosservata.

“Tu saresti dio, ma ti perdono ho sbagliato anch'io”.

Voto: 8

 

Info:

La Tempesta/ Woodworm, 2012

Cantautorato Heavy Blues

 

Contatti: http://www.facebook.com/bachidapietra?fref=ts

 

Tracklist:

01. Haiti

02. Brutti Versi

03. Coleotteri

04. Enigma

05. Fessura

06. Mari Lontani

07. Io lo vuole

08. Pensieri, Parole Opere

09. Paolo il Tarlo

10. Sangue

11. Dio del suolo

12. Ma anche No

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