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Greystorm n. 04: "La Fine dell'Iron Cloud"

 

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Per la quarta volta in quattro albi si assiste ad una altra ambientazione: stavolta lo sfondo è una misteriosa isola abitata da enigmatici indigeni che fa palesemente il verso a “L’Isola Misteriosa” di Jules Verne (qualcuno potrebbe citare anche “Lost”). Come per il secondo numero, anche questo episodio è realizzato a otto mani: Antonio Serra (soggetto) e Stefano Vietti (sceneggiatura) per i testi, e Simona Denna (matite) e Silvia Corbetta (chine) per i disegni.

Testi

Con Greystorm sicuramente non ci si annoia, se ci si lascia rapire dall’atmosfera stracolma di una certa anima letteraria di fine ottocento. Niente di nuovo sotto il sole, precisiamo: Greystorm difficilmente brillerà per originalità, ma non era neanche quello il suo scopo principale. In ambito bonelliano però questa è la prima miniserie dopo Volto Nascosto in cui gli avvenimenti si susseguono seguendo un preciso filo narrativo. Stavolta assistiamo (come da titolo) alla fine dell’Iron Cloud, e allo sbarco dell’equipaggio su una misteriosa isola che inizialmente sembra disabitata sia da umani che da animali. Un soggetto in fin dei conti povero e con pochi guizzi, salvo il finale, che apre dinanzi a Greystorm (e al lettore) ampi (ed ennesimi) orizzonti narrativi. Un difetto (esclusivamente potenziale) di Greystorm potrebbe essere quello di “promettere troppo”: il numero di input narrativi comincia a diventare elevato, fino ad adesso si è assistito solamente ad un matematico sommarsi di svariate stanze narrative labilmente collegate fra di loro, ma nonostante questo tripudio di elementi, ancora non è ben chiaro il filone principale della serie, particolarità che invoglia nel continuare a leggere la serie ad alcuni, e che potrebbe stancare ad altri. Il parallelo con un prodotto ben meno nobile di quelli letterari sopra citati come la famosa serie televisiva “Lost” non è poi così azzardato, la struttura narrativa è praticamente la stessa: sommarsi incessante degli eventi senza però arrivare ad una risolutoria somma definita.

La sempre fresca sceneggiatura di Vietti riesce a colmare un problema che poteva farsi preoccupante, ovvero quello dell’eccessiva povertà del personaggio di Jason: nei primi tre numeri lo scienziato inglese ha il ruolo di semplice spalla, con ben poco mordente, in questo episodio finalmente Jason acquista una voce nel coro, ed anche una voce importante. È  lui a decidere l’uccisione della strana bestia preistorica deportata dal polo sud, unica prova tangibile di tutto quello che Greystorm e la sua truppa hanno scoperto. E non ci pensa due volte nel mettersi contro al suo fraterno amico per fare ciò, e scommettiamo che prima o poi si vedranno le conseguenze di quell’ “idiota” pensato da Greystorm e riferito al suo amico Jason a pag. 96. Dall’altra parte il possente Mc Crane si dimostra sempre più braccio destro di Greystorm, e ne frattempo viene introdotta Ele’Ele, sensuale figura femminile in stile amazzone, che sembra avrà un preciso ruolo nell’economia della serie, ovvero quello di far invaghire il freddo Robert, che fino ad adesso si è esclusivamente dedicato ai suoi progetti.

Un numero ancora una volta riuscito, meno potente dei suoi predecessori (specialmente se confrontato col numero scorso, pieno di “effetti speciali”), con un soggetto povero e una sceneggiatura precisa e lineare, povera di particolari guizzi ma priva di forzature, che cerca però di spalmarsi sulle 94 tavole un po’ faticosamente, data la pochezza (e in alcuni casi assenza) della trama.

Disegni

Come lo è per i testi, anche per i disegni questo numero risulta il meno potente dei quattro albi usciti sin’ora. Una buona prova quella della coppia femminile, in ogni caso: la Denna (che ritroviamo per la terza volta in quattro albi) realizza delle buone matite, con una buona regia che indugia spesso sui personaggi e sui loro sguardi, mentre la Corbetta confeziona delle discrete inchiostrature, in alcuni casi però confuse: si noti ad esempio l’iniziale scena in cui l’Iron Cloud precipita, dal dinamismo non sempre efficace e dalla lettura confusa. I personaggi vengono rispettati in pieno, su tutti spicca il rasserenante viso di Jason, dall’aria bonaria e sognante, graficamente  perfetto. Invece proprio alcune caratterizzazione di Greystorm (poche a dire il vero) non convincono appieno: ad esempio a pag. 6 il volto di Robert risulta eccessivamente schiacciato dalla prospettiva, ma sul finire dell’albo sembra che il personaggio venga inquadrato, vedere ad esempio il perfetto primissimo piano di pag. 95 e il bel primo piano di pag. 98. Il difetto maggiore resta la confusione di alcune tavole, ma la Corbetta sembra essere dotata di ampi margini di miglioramento.

Conclusioni

Un numero che non ha difetti ma che non convince come i precedenti. Tuttavia essendo questa una miniserie con una precisa identità, l’esilità della trama non può esser vista (almeno per adesso) come un difetto. Antonio Serra si diverte ad aggiungere carne al fuoco quando solo con i primi tre numeri della miniserie si poteva costruire una graphic novel intera. I rimandi alla letteratura ottocentesca sono tanti, ma per adesso non danno fastidio. Ma se dovessimo scoprire che in questa isola è nascosto qualche simulacro del capitano Nemo invecchiato, sinceramente potremmo cominciare a storcere il naso.

 

Soggetto: 6,5

Sceneggiatura: 7

Disegni: 6,5

Globale: 6,5



Info:

LA FINE DELL'IRON CLOUD

Soggetto: Antonio Serra

Sceneggiatura: Stefano Vietti

Matite: Simona Denna

Chine: Silvia Corbetta

Copertina: Gianmauro Cozzi

Editore: Sergio Bonelli

Miniserie mensile n. 4 (di 11+1)

Gennaio 2010

 

 

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