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Portishead: il Battito noir della Metropoli

portishead

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Fra atmosfere retrò, elettronica e hip hop, i Portishead hanno scandito gli anni 90, realizzando uno dei capolavori di quegli anni, “Dummy”. Dopo dieci anni di attesa sono tornati con il sorprendente “Third”.

by Louize

“To kill a dead Man“, cortometraggio d’ispirazione noir targato tutto Portishead uscito nel ‘94, rappresenta forse l’angolazione migliore da cui guardare l’opera musicale del progetto Barrow/Gibbons. Ambientazione anni’50, tipica trama da spionaggio, “To kill a dead Man” rappresenta il background culturale dei due artisti che, oltre a curare la colonna sonora, hanno anche interpretato le parti principali. Ed è da quell’idea che nascono le atmosfere dei loro album. Atmosfere sicuramente molto angoscianti, ansiose e soprattutto caratterizzate da slanci onirici, spasmi, incubi, deliri e viaggi.

Gli spunti cinematografici sono evidenti. David Lynch ad esempio, che targò la serie televisiva Twin Peaks qualche anno addietro, (da notare gli scacchi usati nel cortometraggio che rendono lo stesso clima di tensione che si respirava nella serie di Lynch) rappresenta un’ispirazione anche per la scelta dei suoni. Geoff Barrow, tastierista e polistrumentista, che nel frattempo aveva aquisito una reputazione da remix producer e produttore hip-hop, aveva una predilezione per le colonne sonore di John Barry, compositore della saga di 007, e di Bernard Herrmann che firmò le musiche dei film di Hitchcock. Dunque adesso il quadro è ben chiaro, la musica dei Portishead costituisce fondamentalmente un continuio rimando di immagini e di suoni che hanno un sapore antiquato, rielaborato a dovere attraverso espedienti elettronici. Questa è un po’ la tipica formula della generazione di quella Bristol anni ‘90, e non solo, che amava elogiare i tempi andati - vedi l’uso di 33 giri, il campionamento di spezzoni funk anni’ 70 e jazz anni ‘30, ‘40 e ‘50 - e si muoveva nei sobborghi e nelle cantine di una città, spesso grigia e asfissiante, per trovare nella musica e nella sperimentazione l’unica importante via di fuga. E’ da quella atmosfera che provengono i Portishead, un’Inghilterra post- industriale rappresentata, oltre che dai gruppi punk dell’epoca, da quei fermenti alternativi nati dall’icontro dell’hip hop metropolitano, e quindi dalla figura dei dj, dei braker e dei writer, con avanguardie elettroniche e acid-jazz. Nasce in quegli anni il trip-hop, di cui i precursori sono indubbiamente i Massive Attack, con cui Barrow collaborò, che però erano più orientati verso l’hip hop e l’acid jazz.

I Portishead diedero al trip hop, genere in cui peraltro non si riconoscono, un impronta definitiva, ovvero più rivolta verso l’elettronica, ai suoni psichedelici misti e a quelli vellutati ed ammalianti stile Angelo Badalamenti (guarda caso il compositore preferito di Lynch), che resero il progetto Portishead unico in assoluto. Geoff Barrow proviene da Portishead, un piccolo paese di provincia a pochi chilometri da Bristol, citta da cui invece proviene Beth Gibbons con cui all’inizio del loro rapporto artistico Barrow collaborava a distanza mandando alla giovane vocalist le basi musicali da lui prodotte che lei incideva e rispediva al produttore tutto via posta o telematica. Insomma un gruppo partito con piccoli mezzi che riuscì però con umiltà a cacciare fuori una vera e propia pietra miliare indiscussa della musica degli anni novanta. La musica dei Portishead tra l’altro è piaciuta molto anche ai pubblicitari, ben tre pezzi dei Portishead hanno fatto da colonna sonora a note pubblicità, “Glory Box“, dell’album “Dummy” , e “All mine” dell’album “Portishead“, entrambe colonne sonore dello spot di uno yogurt, e “Numb” sempre di “Dummy“, che accompagna le immaginbi di un’automobile. Gli spot automobilistici mirano sempre a comunicare innovazione e modernità, e lo spot risale a nove anni dopo l’uscita di quel pezzo. Questo dimostra come i Portishead abbiamo anticipato i tempi con suoni innovativi e sperimentazioni inaspettate. "

Dummy" (Go! Beat, 1994) Il loro album d’esordio “Dummy“ è uscito in seguito alla realizzazione del loro cortometraggio, di cui la copertina ne riporta una scena. E stato realizzato con la collaborazione dell’ ingegnere del suono Dave McLolland, che suona in quest’album la batteria e le drum machine, e il chitarrista Adrian Utley. L’album contiene undici favolose tracce, che a parte un paio di pezzi, ovvero “It’s a Fire” e “It could be sweet”, che si discostano un po’ dallo stile Portishead, ognuna rappresenta un piccolo capolavoro a se. L’album è tipicamente trip hop, emergono con forza i suoni cupi e ripetitivi dell’elettronica e dell’hip hop, che al primo ascolto suonano strani. Sono quei classici pezzi che vanno assimilati, che vanno studiati, brani di cui ne va cercata l’essenza, il terreno in cui affondano le radici. Per esempio “Glory Box”, che chiude l’album, è costituito da un noto campione di un pezzo soul anni ‘70, per la precisione un pezzo di Isaak Hayes, “Ike’s rap II” dell’album “Black Moses” . Lo stesso discorso vale per altri pezzi dell’album, “Strangers” costituito da un campione dei Weather Report, o “Sour times “ da un campione di Lalo Shiffrin.

Si nota come la musica dei portishead affondi le radici in un patrimonio musicale che va dal soul al jazz e rimescolano il tutto con un fare tipico della tradizione della musica nera, ma visto e trattato con un approcciao musicale bianco usando suoni acidi, beat grassi ma spesso anche acuti e assordanti, espressione di esperienze tipicamente metropolitane e post industriali. La voce della Gibbons è un po’ il collante di tutte quete esperienze: definita la Billy Holiday venuta dal futuro, addolcisce il sapore acido dei sinetizzatori attravero un fare caldo e sensuale, tutto soul, ma allo stesso tempo elegante. Ed è “Roads” ottava traccia dell’album (posizione tipica di una suite) il pezzo più elegante, una stupenda ballata, molto semplice e lineare ma di un’emozione unica, da pelle d’oca. La voce ripete incessantemente “How can it feel this roads“con un tono quasi disperato, e quando arrivano i violini la tensione che la Gibbons crea portando la sua voce ad una sottigliezza tagliente, esplode e si scioglie lentamente fino alla fine del brano. Penso che il merito più grande di quest’album sia quello di rivolgersi ad un pubblico variegato, dalla matrice black a quella rock, passando per i fan dell’elettronica. E’ un album che racchiude in se tutte queste anime, e riesce a dimostrare come la musica sia una, e possa comunicare le stesse cose attraverso modalità diverse, e se queste modalita convivono nello stesso brano, allora quest’album può parlare a chiunque.

"Portishead" (Go! Beat, 1997) Questo risultato non è stato raggiunto pienamente dal secondo album, “Portishead“, decisamente più hip hop. I beat e le linee di basso sono più ripetitivi, ma la voce resta sempre molto elegante pur se spesso distorta. Il suono è volutamente sporco, il fruscìo di un 33 giri è spesso in sottofondo, e non mancano gli scratch. L’album inizia con i suoni ipnotici di “Cowboy” che introduce senza mezzi termini in un cortocuito da film horror, e prosegue attraverso pezzi molto vari fra loro.” All mine” , ” Over” e ” Morning Air” non si discostano molto dal tipico suono di “Dummy” mentre per il resto dell’album possiamo gustarci dei sani beat hip hop in cui la Gibbons si incastra a perfezione, riuscendo a volte ad assumemere timbri e melodie jazz, come in “Western Eyes“, elegantissima ballata scandita da un piano e da un tappeto di archi, che chiude l’album. Se vogliamo ascoltare un po’ di improvvisazone jazz, “Only You ” ci regala un bellisimo solo di rhodes di Barrow, in un brano dove possiamo trovare ti tutto, dagli stacchi di fiati da spy story agli scratch e ai campioni anni ‘70. “Humming“, pezzo centrale dell’album, sembra essere posizionato al centro per esprimere la volonta dei Portishead di rinnovare quello che hanno fatto in passato.

Il brano ingloba in se le due tendenze dell’album, quella simile al loro album d’esordio e l’impronta molto più hip hop data agli altri brani. “Humming” inizia con una lunga introduzione sonora che potrebbe benissimo accompagnare le sequenze dei film del già citato Lynch, ma poi quando parte la linea di basso campionata da un pezzo orchestrale di cui è stato lasciato volutamente il fruscìo, accompagnato da un grasso beat, tutto diventa molto più noir e il nuovo suono dei Portishead veine fuori con grande effetto. “Portishead” non è un album che piace a tutti e che prende una grande fetta di pubblico come “Dummy“, ma indubbiamente contiene in se dei bellissimi esperimenti che non hanno niente da invidiare ai brani dell’album d’esordio. Sicuramente manca l’effetto sorpresa, alla fine “Portishead” segue il percorso tracciato da “Dummy“, ma ha sicuramente il suo perchè, anche e soprattutto perchè i Portishead lo hanno caratterizato di più rispetto al primo, ragion per cui non è riuscito a piacere a tutti. Ma è giusto così.

 

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Terzo by MarPlace

I Portishead hanno da sempre rinnegato l’etichetta di gruppo trip hop (giudicando il termine “trip hop” un’invenzione dei giornali), nonostante siano stati a tutti gli effetti il gruppo simbolo del genere made in Bristol, assieme ai Massive Attack. Quasi a voler ribadire questo diritto di autocatalogazione, i Portishead tornano dopo la bellezza di dieci anni dall’ultimo album, l’omonimo uscito nel ‘97 (passando per il live “Roseland New York” del ‘98), proponendo “Third”, ovvero “Terzo”, come il terzo album in studio del gruppo inglese. Lo stesso Geoff Barrow, la mente dei Portishead, ha dichiarato che, nel corso di questi dieci anni, l’urgenza di realizzare un album di successo era svanita. Questi dieci anni sono quindi la genesi di “Third” e la chiave implicita per capire l’album.

"Third" (Mercury/Island, 2008) Se si dovesse catalogare il genere di quest’album, il termine trip hop sarebbe riduttivo, se non addirittura palesemente sbagliato. Di gran lunga più vicino alla no wave targata Liars, all’industrial dei Nine Inch Nails, sino ad arrivare al dark tipicamente eighties, “Third” si dimostra come l’album più tipicamente rock dell’intera produzione del duo di Bristol. Proprio per queste caratteristiche “Third” non può assolutamente essere messo a paragone col loro capolavoro, “Dummy”, anche se può essere a tutti gli effetti considerato un grande album per un degno ritorno sulle scene musicali. Con “Dummy” i Portishead avevano mischiato atmosfere retrò con musica elettronica e d’avanguardia, affrontando il tutto con un attitudine tipicamente hip hop, stabilendo quindi i definitivi stilemi del trip hop, e realizzando a tutti gli effetti una cosiddetta pietra miliare degli anni novanta. Con “Third” invece i Portishead rielaborano con estremo talento quanto già detto da altre band nell’arco di tempo che intercorre fra “Dummy” e “Third”, realizzando un ottimo album, ma non certo una pietra miliare. Abbiamo così vere sfuriate industrial (la claustrofobia “We carry on”, e “Machine Gun”, quest’ultima tipicamente Nine Inch Nails), atmosfere dark a ripetizione (l’ossessiva “Hunter”, il valzer psichedelico di “Small”, “Nilon Smyle”, che parte con un piglio quasi alla Tom Waits), no wave pura (“Silence”, forse il pezzo migliore dell’album, simile per certi versi ad alcuni pezzi dei Liars), passando addirittura per il folk (“Deep Water”, con tanto di cori anni ‘50) e una emozionante cavalcata (la stupenda “The Rip”). Di scratchs e campionamenti neanche l’ombra, così come di batterie ovattate.

Rispetto a “Dummy” mancano i passaggi a vuoto (in “Third” non vi è per fortuna l’erede di “It’s a Fire”, una canzone veramente priva di personalità) ma manca anche il pezzo sensazionale (in pratica non c’è la nuova “Roads”). In conclusione, i Portishead hanno saputo reinventarsi dal nulla, proponendo un album che ha saputo riunire e reinterpretare con paranoica precisione generi e stili derivati anche dal loro stesso precedente lavoro, “Dummy”. Rimarrano delusi i nostalgici fans del classico revival, mentre chi cerca qualcosa con cui deliziarsi le orecchie senza per forza pretendere del nuovo non deve far altro che ascoltare “Third”, e apprezzare l’arte e la maturità di uno dei gruppi più talentuosi (e anche importanti, perché no?) di tutti i tempi.

Voto: 7,5

Altri voti MarPlace

Dummy (1994): 8

Portishead (1997): 6