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Marianne Faithful: l'Angelo dalle Cosce di Velluto

  • Scritto da Orasputin

faithfull

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Alti e bassi di un’anti Carla Bruni per eccellenza, bazzicando tra ambienti “giusti” e cadute nell’oblio. “L’ angelo con le tette”, uno dei tanti appellativi affibbiatole quando nel ’67, durante un blitz della polizia londinese nell’appartamento dei Rolling Stones, fu ritrovata distesa con una barretta di Mars conficcata tra le cosce. Cresciuta in un istituto di suore e per di più giovanissima, la bellissima Marianne si trasferisce a Londra, capitale in rialzo ma soprattutto “culla” di uno scenario in fermento: la Swingin’ London dei Beatles e della fotografia, delle minigonne e del cinema di Antonioni ("Blow Up" su tutti).


E proprio in tale ambiente, una semisconosciuta sedicenne avrà modo di rigenerarsi dalle eterne sofferenze di una pubertà in sordina, tuffandosi tuot court in un calderone di situazioni orripilanti e party traboccanti delle più svariate droghe allucinanti. Incarnazione della bellezza più cristallina, la Faithfull ne diviene il simbolo incontrastato, fanciulla dalle coscie di velluto e dagli occhi di ghiaccio che non ancora maggiorenne è già Venere di un’incallita generazione; anelito, sogno, brama di una folta schiera che annovera tra i maggiori infatuati un Bob Dylan disperato e un Mick Jagger geloso e innamorato. Il punto di non ritorno viene toccato con “Sister Morphine”, appositamente composta da Jagger & Richards. Una ballata pietosamente memorabile (datata 1969), a simboleggiare una musa oramai ridotta a ventriloquio dei suoi stessi vizi; agnello sacrificale, vittima e colpevole delle più sadiche schiavitù: eroina, alcool e manie sessuali la tramuteranno da feticcio a fantasma della scena londinese. E la Faithfull, imperterrita…a recitare il suo J’accuse: The scream in the ambulance is sounding in my ears.

Tell me, sister morphine, how long have I been lying here? A soli tre giorni dalla sua pubblicazione e per via dei contenuti scabrosi il singolo viene sottoposto a sequestro, e con esso la sua esecutrice scomparire nel nulla più assoluto, riapparendo 10 anni dopo in tutt’altra veste, ridondante di pessimismo e rabbia repressa. Uscito in piena epopea New Wave, Broken English (1979) segna la rinascita artistica di una delle figure più controverse e allo stesso tempo idolatrate della storia del rock, quella Marianne Faithfull che da groupie ultra desiderata trova riparo nelle atmosfere fumanti (tipicamente wave) di una rocker matura dalla voce rauca a dall’aspetto conturbante. Una pietra miliare categorica (dalla copertina memorabile), ai tempi passata completamente inosservata, materia oggi del culto più esasperato. Tentativi di suicidio, vagabondaggio, spiragli di vita, solitudine e indifferenza tra i principali temi dell’opera: 40 minuti di dark blues tetro e fumante, un’autostrada notturna di synth electro- soft e impennate in salsa reggae; punto d’incrocio tra il classic rock alla Patti Smith, le cadenze funeree tipicamente Suicide (New York) e le sincopatie pop alla Tubeway Army (sponda inglese). Ma a fare tabula rasa è soprattutto la sua voce, smangiata, rauca, catramizzata nel suo incedere waitsiano, di una emotività che a primo impatto potrebbe persino destare rigetto, considerata la scarsa propensione dell’orecchio umano ad accogliere stili e approcci vocali inconsueti in un breve lasso di tempo. E’ una legge non scritta del rock: ogni grande album richiede più di un ascolto prima di poter essere assimilato.

E Broken English è il diamante grezzo da valorizzare, come il sangue versato dalla sua martire, a denunciare i fasti di una paranoia decennale che con queste 8 tracce pare completamente sprofondare: si va dalla colpe di “Guilt”, sound ammaliante e pathos vocale ossessionante ( I feel blood, i feel blood, though it’s streaming through my veins it’s not enough.), alle pulsazioni di “Ballad of Lucy Jordan” ( Thelma & Louise o.s.t.), passando per il blues notturno e dal sapore vagamente lynchiano di “Brain drain” al capolavoro finale “Why d’ya do it”: un rabbioso reggae rock dal riff incalzante (ottimo il lavoro di Berry Reynold alle chitarre) e dal sibilo vocale scarno e graffiante. Un‘ epilogo che è una mazzata finale, oscuro sentiero per l’espiazione finale: I had my balls and my brains put into a vice, and twisted around for a whole fucking week. Caposaldo celestiale del rock pre anni Ottanta. Oggi Marianne Faithfull è un’ artista stimata, interprete eclettica nonchè attrice apprezzata, di recente ammirata nei panni dell’eroina proletaria Irina Palm (personale presa di coscienza di una carriera sofferta e travagliata). E se fino a vent’anni fa erano ancora in pochi a convincersi, oggi fanno la fila per accaparrarsi una sua collaborazione. Tra gli estimatori non passano inosservati un certo Angelo Badalamenti (produttore del sofferto A secret life datato 1995) ed una certa P.J. Harvey (disposta a regalarle fior di canzoni alla minima condizione di sentirsi un pizzico considerata; è il caso del ruvido Before the poison, datato 2004). Seconda legge non scritta del rock: patire prima per godere poi…vivo o morto. Tramonto a ascesa di un’anti Carla Bruni per antonomasia. Blazing away…Marianne!

Curiosità: - Marianne Faithfull è stata la prima persona a pronunciare la parola “fuck” in un film di produzione inglese. E’ il caso di “Girl on a Motorcycle”, un drammatico datato 1968 dove la bella Roberta (la Faithfull per l’appunto) fa coppia con un altrettanto sexy Alain Delon. Completamente inosservato.

- Suoi fan accaniti, nel 1997 i Metallica pretendono la sua partecipazione al video di “The Memory Remains”(dall’album Reload). E lei, oltre ad acconsentire, accetta di seguirli in tour, ritagliandosi una parte vocale durante le esibizioni.

- Marianne è la diretta discendente del Conte Leopold von Sacher-Masoch, nobile austriaco famoso soprattutto per avere coniato la parola “masochismo”

- A Sanremo, nel 2007, le viene consegnato il Premio Tenco. Un prestigioso riconoscimento per la sua carriera da operatore culturale della canzone d’autore.