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Da RD a DP: fottutamente Quentin

tarantino

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Ha assorbito come una spugna, fagocitato ogni pellicola, principalmente i grandi classici e la vastissima produzione di b-movies. Già sui banchi di scuola scriveva sceneggiature e progettava film, il cui unico comune denominatore era l’influenza del cinema altro.


Quello delle grindhouses, quello dei reparti delle videoteche coi nomi “donne che picchiano uomini” ,“film di tortura”, “film di vendetta”. Quello che oggi è il suo cinema. Quentin Tarantino si è fatto conoscere al grande pubblico vincendo il Sundance Film Festival nel 1992 con “Reservoir Dogs” (”Le Iene – Cani da Rapina“), un film che vede tra i suoi ispiratori il “Rapina a Mano Armata” di Kubrick e “City on Fire” di Ringo Lam. La storia è quella di una rapina finita male, con un infiltrato da smascherare e pazzi da tenere a bada, in un magazzino abbandonato come sfondo. Sorretto da un cast stellare (Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi, Cris Penn e Micheal Madsen, alcuni dei quali torneranno a collaborare nei film seguenti), “Reservoir Dogs” scrive le basi del modus tarantiniano, fatto di a) dialoghi fiume, tra salone per uomini e poesia metropolitana; b) violenza, spesso grottesca ed eccessiva; c) citazioni (poi anche autocitazioni) pop; d) struttura della storia scombinata, con flashback e salti temporali; e) personaggi-icona e situazioni esagerate e surreali; f) parolacce, tante, e l’imperante politicamente scorretto; g) colonna sonora ricercata e cool; h) un cameo o una parte vera e propria che il regista di autoaffida.

Tutti questi punti confluiscono massicciamente in “Pulp Fiction” del 1994, vincitore della Palma d’Oro e dell’Oscar come migliore sceneggiatura. Anche qui è il mondo criminale ad essere analizzato, in una Los Angeles luminosa che vive di caffetterie da rapinare, di gare di ballo da vincere, di valigette da recuperare per il boss, di incontri di boxe truccati e sadomasochisti inculagente. Ma c’è anche il tempo per parlare di miracoli e redenzione, di hamburger saporiti e di gelosie. Uma Thurman campeggia in copertina, col suo caschetto bruno. Accanto a lei, in “Pulp Fiction“, un ispiratissimo Samuel L. Jackson e un John Travolta che torna a brillare grazie a Quentin. Ma anche Tim Roth e Harvey Keitel, Bruce Willis, Maria de Medeiros e Ving Rhames, e Christopher Walken. 1995: “Four Rooms” è un progetto a otto mani, una storia divisa in quattro segmenti diretti da altrettanti registi, come omaggio alla Nouvelle Vague. A Tarantino spetta l’ultima parte, “L’uomo di Hollywood“. Remake di un racconto della serie “Alfred Hitchcock Presenta“, ritroviamo Tim Roth e Bruce Willis, accompagnati da Marisa Tomei, Paul Calderon e Jennifer Beals. Arriva il 1997 e chiude idealmente la stagione degli anni novanta, che Tarantino ha reso ruggenti nelle sue opere. Con quest’annata esce nelle sale “Jackie Brown“, anche questo fotografia di criminali sfortunati alle prese con una hostess.

Tarantino omaggia la blaxploitation, recuperando per il ruolo da protagonista proprio un’attrice che negli anni settanta era diventata una eroina nigga grazie a quei film. Pam Grier viene affiancata da Samuel L. Jackson, Robert De Niro, Micheal Keaton, Robert Foster e Bridget Fonda. Tratto dal romanzo di Elmore Leonard, questo film è l’unico ad essere molto diverso dagli altri, passati e futuri, discostandosi abbastanza dai canoni elencati prima. E’ una storia a tratti dolce, la violenza è poco presente, così come i dialoghi vivaci. Eppure si rimane incantati dai continui ribaltamenti della storia, che viaggia tra contrabbando di denaro e doppi giochi. Dal 1997, Quentin si mette in pausa per sei anni prima del suo nuovo lungometraggio. Senza la fretta di tuffarci nel nuovo decennio secolo & millennio, è bene parlare delle sceneggiature scritte dal nostro regista. Nel 1987 e nel 1989 scrive i soggetti per due storie, rispettivamente “True Romance (Una vita al Massimo)” e “Natural Born Killers (Assassini Nati)“. Da entrambi questi script nasce un film, il primo di Tony Scott, nel 1993, e il secondo di Oliver Stone, nel 1994. In quest’ultimo caso Tarantino appare però solo come autore del soggetto, in seguito al litigio con Stone per i rimaneggiamenti compiuti sulla storia. E’ nel 1990 che però Tarantino scrive la sceneggiatura di “From Dusk Till Dawn (Dal Tramonto all’Alba)“, storia di due fratelli rapinatori che, diretti in Messico per cercare rifugio, si ritrovano in un locale popolato di vampiri.

Questa storia viene trasformata in film nel 1995, dal suo amico-pupillo Robert Rodriguez, che dirige Quentin stesso nella parte di uno dei due fratelli protagonisti. Con lui George Clooney, Harvey Keitel e Juliette Lewis. Comincia così a formarsi l’idea (forse inconscia forse no) di un “mondo tarantiniano”. Ricorrono personaggi e oggetti, nonchè nomi di luoghi, nei film di Tarantino, oppure scritti da Tarantino, oppure ancora del solo Rodriguez, ma che è sempre più tarantinato, per lo meno in alcune sue opere. Quentin, dopo aver diretto un episodio di ER, e dopo aver prodotto “Killing Zoe” di Roger Avary, compare in un piccolo ruolo in “Desperado” di Rodriguez, secondo capitolo della trilogia del Mariachi. Facciamo un salto indietro nel tempo, così da utilizzare uno dei clichè tarantiniani. 1987, è la data della vera prima pellicola del regista di Knoxville: seppur incompleta, mai uscita nelle sale e irrecuperabile integralmente, “My Best Friend Birthday” è, nel suo bianco e nero, l’incipit di un regista che ne ha fatte di tutti i colori, preferendo le tonalità più accese, quelle pulp, cazzare ed esagerate di chi sa ancora divertirsi con una macchina da presa rimasta genuina come quella di un commesso di videoteca, e rimasta divertente e divertita perché filma la passione per il cinema, senza confini. Elementi e mondi tarantiniani, i film del 2000, verso il futuro. Dopo un lungo silenzio, Quentin Tarantino torna in scena più pulp che mai con una opera massiccia, divisa in due parti (anzi, volumi) generando una vera e propria mania.

Omaggiando infatti diverse tipologie di b-movies, a tappe, Quentin scatena la riscoperta di (sotto)generi che vengono via via rivalutati dal grande pubblico. Se prima di allora le commedie sexy, i rape&revenge, gli spaghetti-western, le mazzate cinesi e gli horror a basso budget erano stati confinati chissà dove (in Italia nelle tv regionali), adesso tutti a rivedere film definiti trash (attualmente anche per moda, con questa parola che sa risultare figa) sulle note delle soundtrack di “Kill Bill Volume 1 e 2“, quarto lungometraggio, vero tifone giallo e nero, come i colori della tuta di Bruce Lee, come i colori della tuta de La Sposa. Stavolta è vendetta. La filosofia della vendetta. Da quella ignorante e cazzuta in salsa americana, a quella zen dell’Oriente. Una ex killer viene aggredita durante le prove delle sue nozze dai suoi ex colleghi. Sopravviverà e saranno cazzi per tutti. Cazzi che, in forma di spade affilate, defloreranno ogni cosa, di tutto e di più, tra scene violente e tenere, romantiche ed adrenaliniche. Uma Thurman, Lucy Liu, Daryl Hannah, Micheal Madsen, David Carradine, Gordon Liu e Vivica A. Fox se le danno di santa ragione. Citazioni a gogo, colonna sonora azzeccatissima (sfruttata poi in diversi spot), locations evocative… “Kill Bill” è il degno ritorno di Tarantino, con positivo riscontro di critica e pubblico, e successo commerciale che non fa mai male. Questo film segna una divisione, traccia una linea di confine tra le produzioni precedenti e quelle del 2000.

Ora Tarantino, consapevole di essere (considerato) un talentuoso regista, non ci risparmia autocitazioni e autoreferenze, non si abbottona troppo se c’è da esagerare, e soprattutto non si tira indietro se c’è da divertirsi. E ci si diverte tutti: Tarantino ama il cinema e ne è riamato, Tarantino ama citare certi film e questi film vengono sdoganati. Tanto che nel 2007 compie un passo estremo, riuscito in pieno ma senza il favore del pubblico. Tocca il punto di non ritorno nelle citazioni e negli omaggi cinematografici. Assieme a Rodriguez costruisce il progetto (non lo si può definire diversamente) Grindhouse. Realizzare due film distinti, farciti di finti trailers, il tutto al prezzo di un solo biglietto. Come in una vera grindhouse, i lerci cinema di periferia ormai scomparsi, Quentin e Robert inventano uno slasher-movie on the road e uno zombie-movie. Nascono così “Death Proof (A Prova di Morte)” e “Planet Terror“. In America non funziona e i film vengono separati e distribuiti singolarmente. Bobine mancanti, graffi sulla pellicola, montaggi frettolosi: tutto questo è il condimento dei due film. Kurt Russell maniaco stuntman alla guida del suo bolide, prende di mira le ragazze che gli capitano a tiro. Dopo Sidney Poitier, Rose McGowan e Vanessa Ferlito, tocca a Rosario Dawson, Zoe Bell e Tracie Thoms, ma queste si rivelano un osso duro. In ogni caso, Tarantino, con Rodriguez, ha costruito il “mondo” di cui si faceva accenno nella prima parte dell’articolo. Veri e propri marchi di fabbrica, sono certi tipi di riprese: a “giro” su una tavolata ("Reservoir Dogs" e "Death Proof"), in auto, dal bagagliaio (“trunk shot” presente in tutti i film). Non mancano le inquadrature particolari, come quelle ai piedi femminili, passione di Quentin. O il mexican stand-off, dove tre o più persone si puntano un’arma uno contro l’altro, dando spesso e volentieri fuoco alla miccia della tragedia.

Ricorrono spesso e volentieri, nelle varie pellicole, luoghi ed oggetti, come il Big Kahuna Burger, il Teriyaki Donuts, le sigarette Red Apple. Si potrebbe inoltre cercare di creare una linea storica del “mondo tarantiniano”, molto fumettistico e assolutamente pulp, grazie alla presenza di indizi e personaggi ricorrenti. Prendiamo ad esempio lo sceriffo Earl McGraw, interpretato da Micheal Parks. Compare per la prima volta, in ordine di uscita di film, nei minuti iniziali di "Dal Tramonto all’Alba", dove trova subito la morte per mano dei fratelli Gecko. Lo ritroviamo in "Kill Bill", a indagare sulla strage della chiesetta dei Due Pini. E’ accompagnato dal figlio (che chiama “figlio numero 1”). Riappare in "Death Proof", sempre col pargolo, nell’ospedale dove è ricoverato Stuntman Mike/Kurt Russel. Qui conosciamo anche sua figlia, con la quale non ha un buon rapporto: la dottoressa Block (Marley Shelton). Per capire meglio il legame che unisce i due personaggi occorre vedere "Planet Terror", di cui la dottoressa Block, suo marito (Josh Brolin) e suo padre, lo sceriffo, sono protagonisti (assieme a Rose McGowan, Freddie Rodriguez e Naveen Andrews). Situazioni simili ricorrono con citazioni di eventi e nomi: Jungle Julia, alla cui memoria è dedicata una canzone in "Planet Terror", è deceduta in "Death Proof". Marsellus invece è un misterioso uomo con cui Le Iene hanno contatti, e ritroviamo una valigetta piena di non si sa cosa in "Pulp Fiction", valigetta appartenente a Marsellus Wallace. Nel futuro di Tarantino potrebbe esserci una ulteriore vicenda che si agganci con un fatto raccontato in precedenza in un suo film. In Pulp Fiction veniva narrato di un orologio d’oro che un soldato americano era riuscito a nascondersi addosso mentre era prigioniero dei giapponesi.

Doverosa citazione per il “Tarantino presenta” (e in alcuni casi, “produce”). Tra "Kill Bill" e "Grindhouse" Quentin ha girato un doppio episodio di "CSI – Scena del Crimine", ma oltre a questa parentesi, ha presentato ufficialmente diverse opere cinematografiche, come Hero, con Jet Li. Figura come produttore di "Hostel", opera del suo pupillo Eli Roth, anche lui amante di cinema bis, italiano in primis, per il quale Quentin ha chiamato Edvige Fenech, Luc Merenda e Ruggero Deodato affidando loro un cameo nella seconda puntata della violenta saga dei torturatori. Insomma, un mondo sconfinato, quello di Tarantino. Un mondo di continue sorprese come quello dei b-movies che il regista ama e ama citare nelle sue opere. Sicuramente una dimensione affascinante, disimpegnata ma non per questo pressappochista. E’ la dimensione di chi sa puntare la macchina da presa verso soggetti ed oggetti divertenti, che certo -e giustamente- possono non piacere a tutti, ma che sicuramente non passano inosservati e non risultano sicuramente insipidi. Perché una cosa è certa: se incappate in un film di Quentin Tarantino, anche se lo conoscete già a memoria, anche se sapete a campanella Ezechiele 25:17, anche se sapete a campanella la vicenda dei poliziotti col cane lupo in un bagno, anche se sapete a campanella il pensiero di Bill su Superman… beh, statene pur certi che vi metterete comodi, bibita in mano e snack nell’altra, a godervi la fottuta, ammaliante pellicola. E questo è un potere che non tutti hanno: buona visione.