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Time Zones: sulla Via delle Musiche Possibili @ Bari, 3 -11/5-12 /2008

  • Scritto da Louize

time zoneLive Report dei concerti del Time Zones, festival di musica conteporanea alla sua XXIII edizione. Bari 3/11- 5/12 2008

Volge alla ventitreesima edizione la rassegna musicale di musica contemporanea Time Zones, "Sulla Via delle Musiche possibili" che si sta svolgendo in questi giorni nella città di Bari. La rassegna, comunciata il 3 Novembre con il poeta e performer afroamericano Amiri Baraka, si concluderà il 5 Dicembre con Setting Sun e Quitzow, volgendo lo sguardo alle musiche possibili made in USA, in concomitanza con le presidenziali degli States. A tal proposito l'organizzazione del Time Zones, assieme all'Università degli Studi di Bari, ha previsto tre incontri con gli autori, e precisamente Amiri Baraka, Laurie Anderson e Annette Peacock, presso l'Auditorium di Via De Rossi, in cui si potranno porre domande agli aritisti riguardo il proprio approccio al pianeta musica, e sulla percezione che essi hanno dell'odierna situazione Americana. Amiri Baraka (alias Le Roy Jones) ha incontrato il pubblico il 3 Novembre alle ore 16.00, alla vigila del voto americano, e ha focalizzato il suo intervento sulla situazione di povertà di una grossa fetta della popolazione americana, sulla predonminanza degli interessi economici sui meccanismi elettorali, affermando inoltre che il periodo che l'America sta vivendo oggi può essere considerato una quarta "rivoluzione" intesa in senso di cambiamento di tendenza, dopo l' Indipendenza, le guerre di Secessione e i moti degli anni Sessanta. Una rassegna ricca di contenuti, dunque, ma anche e soprattutto di musica di grande qualità.

Gli artisti che si sono esibiti nei giorni scorsi, (Baraka, Giulia kent, Jamie Stewart, Larsen e James Carter, The sight Below e ERASER) hanno espresso appieno quel fermento di agitazione, protesta, evasione artistica e sperimentazione dei linguaggi che caretterizza l'universo artistico americano, ma che rispecchia un pò i sentimenti di inquietudine universali del'intera società mondiale del ventunesimo secolo. Dal jazz all'elettronica, dal reading all'improvvisazione visuale, il Time zones sta offrendo alla città di Bari uno spaccato di sperimentazione molto stimolante e riuscirà a portare nel capoluoigo pugliese anche i grandi nomi. Notizia delle ultime ore, infatti, è la partecipazione di Lou Reed all'attesissimo concerto della visual artis, compositrice e poetessa Laurie Anderson. Ieri nell'icontro all'università con studenti e non, la Handerson ha raccobtato la storia del suo progetto "Homeland" e ha affrontato l'attualità, definendo il nuovo presidente Obama un buon comunicatore, che è riuscito nella sua campagna elettorale a raccontare " buone storie, ma questa volta provenienti dal basso". Ha esortato i giovani artisti a lavorare con la multimedialità per avere la possibilità di misurarsi con differenti stili per poi trovare il proprio. E in quale migliore occasione parlare di multimedialità se non all'intero del festival Time Zones "sulla via delle musiche possibili"?

A seguire le recensioni dei concerti

Per il programma ufficiale: www.timeszones.it

 

3/11-5/11: The sight Bellow -Eraser

I due progetti sperimentali, The sight Bellow ed Eraser, hanno aperto ripettivamente il concerto di Amiri Barka e quello di James Carter, attraverso proiezioni di immagini in movimento e suoni elettronici, veramente molto innovativi e stimolanti. Il primo ha intrecciato suoni sintetici con un tappeto visuale di imagini prevalentemente riferiti ad insetti, frutto di un procedimento di elaborazione che volge a stimolazioni subliminali, che utilizza bianco e nero o gradazioni di grigio.L'album si esordio di The Sight Bellow è “Glider”, pubblicato dalla Ghostly International interamente registrato in presa diretta. Riverberi, loop, drone che assomigliano al volo delle api confluiscono in un’opera quasi orchestrale, amabilmente propulsiva e dinamica scuotendo molto il pubblico non ancora pronto e preparato a quetsoi genere di arte. Il secondo progetto invece, Eraser, appartiene ad un giovane barese (EraSer) più famoso all'estero che in Italia, che dopo diverse esperienze in guppi musicali come chitarrista e cantante, ha scoperto il mondo del circuit bending.

Nell'opening della serata del 5 Novembre scorso ha proprosto una splendida e coinvolgente musica fatta di fusioni e contrasti attarverso la sinergia tra suoni e eimmagini. Il circuit bending (piegare il circuito), si basa sulla ricerca di sonorità non intenzionali. suoni elettronici nascosti e apena percettibili. Questo splendido linguaggio musicale si amalgama alla perzefione all'improvvisazione visuale molto ricca tralaltro di contenuti. Il pubblico è stato particolarmente colpito dal calore sonoro che avvolgeva immagini forti e critiche nei confronti di una società dominata dall'immagine e dall'apparenza.

3/11: Amiri Baraka: Spech poetry

Dopo i dibattiti pomeridiani il poeta afroamericano Amiri Baraka ha espresso la sua forte critica nei confronti della politica Americana attraverso la poesia, con uno splendido reading a suon di jazz in pieno stile beat, che ha entusiasmato il bublico che numeroso, ha riempito la sala del Teatro Di Cagno la sera dello scorso lunedì. Accompagnato da Dave Burrel al piano, William Parker al contrabbasso e Hamid Drake alla batteria, Baraka scivolava sul ritmo con una parlata molto musicale, intonando uno scat quà e là e richiamando il motivetto del tema che i musicisti suonavano. La poesia di Baraka è sempre stata molto critica nei confronti della socieà americana e da buon afroamericano ha sempre lottato sin dagli anni Sessanta sia come artista che come attivista, contro il razzismo e la segregazioni. Le sue parole forti, critiche, decise, ironiche ma spesso anche crude, non hanno risparmiato nessuno, nemmeno il governatore della Californa Arnold Schwarznegger. Baraka fu in stretto contatto con i poeti e gli artisti della Beat Generation con cui condivise spesso idee e passioni nel periodo in cui visse a Greenwich Village, dove frequentò molto anche l'ambiente dei musicisti jazz come Ornette Coleman e Thelonius Monk. Ma lasciò ben presto la vita bohemienne per diventare un acceso attivista del nazionalismo nero. Il suo libro d’esordio, "Preface to a Twenty-Volume Suicide Note" ("Prefazione a una nota suicida in venti volumi") è del 1961.

"Blues People" ("Il Popolo del Blues", Shake Edizioni) e il dramma "Dutchman and the Slave" (1963), hanno praticamente costituito “il corollario culturale del nazionalismo nero” e dell’ambiente rivoluzionario americano. La differenza fondamentale che lo distingueva dagli altri autori beat, fu quella che Baraka ha usato l'ideologia della razza come carburante per molta della sua poesia, e fu molto estremo nei suoi punti di vista politici e razziali. Reealizzò dei livelli che forse furono più vicini agli obiettivi dei musicisti jazz di quanto riuscissero a fare i poeti beat. Poeta, scritore, drammaturgo, saggista, musicologo e docente a Yale, Everett LeRoi Jones (il suo nome di battesimo) è stato tra i primi ad individuare e a teorizzare la portata estetica della cultura nera e e a renderla nella performance usando l'improvvisazione jazzistica, elevandola ad anelito di libertà. Ed è proprio quello che il pubblico barese ha avuto l'oneore di ascoltare, ovvero un'autore indipendente, libero da ogni tipo di schema musicale e culturale, tanto da trasmormare il fantastico standard parkeriano "Night in Tunisia" in una splendida colonna sonora d'effetto delle immagini che le sue parole dipingevano. Fondatore del Black Arts Movement, baraka rappresenta uno spaccato della storia politica e musicale americana, è stato un vero onore per la città di Bari aver avuto la possibilità di confrontarsi con un autore di tale portata.

4/11: Julia kent, Jamie Stewart, Larsen

Il secondo appuntamento del festival di musica conteporanea si è svolta in una location più adatta agli artisti che ha ospitato, ovvero il Bohemien Club, storico locale barese, forse uno dei pochi dove è possibile ascoltare buona musica. Ma sarebbe riduttivo definire il la performance di Julia Kent, Larsen e Jamie Stuart, della semplice buona musica. E non è un caso che abbia citato questi tre nomi insieme, la serata infatti li ha coinvolti in un unico progetto di sinergia sonora mai ascoltato prima, per lo meno dalle nostre parti. Ma questi tre nomi hanno tre esperienze distinte, che poi per quetsa splendida serata si sono congiunte per donare alle nostre orecchie qualcosa di veramente stimolante. Julia Kent è infatti una violoncellista e arrangiatrice canadese che ha fatto parte di un gruppo cello-rock chiamato Rasputina, che ha pubblicato due album per la Columbia ed ha effettuato un tour attraverso il Nord America. Dopo aver lasciato i Rasputina, si è unita ad Antony and the Johnsons, suonando attivamente e contribuendo agli arrangiamenti corde per l’album vincitore del premio Mercury, "I am a bird now". La Kent ha aperto la serata con il suo violoncello, dipingendo splendide atmosfere attraverso l'uso delle nuove tecnologie, come la Loop station, registrando suoni in tempo reale, componendo armonie davani ai nostri occhi. Dopo una mezzora sul palco del Bohemien Club sale un gruppo torinese, i Larsen, attivi dal 1995 con una discografia di sei album, due ep ed un dvd per etichette prestigiose come le americane Young God Records ed Important Records, esibendosi sui palchi di tuatta Italia, Europa, Stati Uniti e Canada, e muovendosi all'interno del rock e post-rock, sperimentando sempre soluzioni fuori registro.

La performance che seguì la violoncellista canadese è indescrivibile, ma soprattutto indefinibile. Una cosa sicurà è che ha scosso parecchio il pubblico che, a bocca a perta, non credeva a quello che stava succedendo sul palco: una vera e propria cerimonia di emozioni. Gli appassionati del genere (a malepena individuabile data la trasversalità della loro sperimentazione) sapevano bene di cosa fossero capaci i Larsen; i profani si facevano invece traspostare da quei suoini elettronici mai sgradevoli, e dall'incalzante batteria, il tutto arricchito da suoni insoliti per questo genere, come quelli della fisarmonica e del violino elettrico. Il terzo elemento si aggiuge verso la fine della performance, Jamie Stewart, leader di una famosa band rock californiana, gli Xiu-Xiu, figlia del post punk che con i Larsen hanno lavorato per il progetto XXL. Personalità sigolare della scena indipendente americana, contribuisce alla creazione di atmosfere oniriche prima attraverso la sua chitarra e poi con la sua voce provocatrice. A chiudere il cerchio è la giovane Kant che si unisce alla formazione con il suo violoncello: a quetso punto la serata raggiunge un picco di espressività, molto gradevole all'orecchio finchè, in linea con lo spirito sperimentale dei tre artisti, si inserisce in contrasto un fischietto stridulo suonato dallo Stewart. Il pubblico è entusiasta. La seconda serata del Time Zones ha avuto molto successo, ed è riuscita ad avvicinare a questo festival una fetta di pubblico diversa da quello della serata precedente, sintomo questo di come una rassegna di musica contemporanea come questa sia capace di captare tutte le sfumature che lo scenario contemporaneo propone.

5/11: James Carter quintet

Il terzo appuntamento del Time Zones si iscrive apparentemente nell'ambito più classico del jazz, ma in realtà ha riservato delle belle sorprese non solo agli amanti del jazz. James Carter, giovane sassofonista di Detroit che ha collaborato con Lester Bowie e Winton Marsalis, ha portato sul palco del Teatro Di Cagno un jazz non isrivibile nel mainstream americano, e che porta la sperimentazione sin nella manipolazione e distorsione dei suoni del proprio strumento. Ha cominciato la sua performance partendo in quarta, shockando il pubblico con ritmiche che "volava sulle decadi degli anni 60" tipicamente free. Amante della tradizione infatti, intitola il suo ultimo lavoro "Present Tense", mostrando uno spettro sonoro che passa dallo standard jazz alla spinta sul ritmo (per esempio con la sensibilità hip-hop di “Song of Delilah”) per arrivare al brano “BOSSA J.C.” dalle tinte chiare e brasiliane. Carter ha messo in lista un gruppo di altissimo livello, includendo il trombettista Dwight Adams, il pianista D.D. Jackson il bassista James Genus ed il batterista Victor Lewis. Tra loro sul palco si coglie molta complicità, scherzano e ridono tra loro, giocano con i suoni e con i ritmi dando l'impressione di manipolare per gioco una materia duttile come lo è il linguaggio jazzitico. Mentre la serata procede, i ritmi si fanno più caldi, le ritmiche più soul e le atmosfere più rilassate rispetto all'adrenalina iniziale che scorreva nei loro stumenti, fino ad arrivare all'interpretazione della classica ballad, "Tenderly", in cui il quintetto ha sperimentato bellissime soluzioni armoniche e solistiche pur non osando più di tanto nel stravolgere un tale capolavoro della tradizione musicale afroamericana. Personaggio insolito tra i musicisti jazz, il giovane Carter propone un nuovo modo di vivere ed interpretare queta musica, molto più libero da comportamenti stereotipati e volto ad un rapporto meno formale con i suoni, con lo strumento, con gli altri musicisti e con il pubblico.

Sperimentatore di svariati suoni attraverso svariati strumenti, dal sax soprano a quello baritono, sino ad arrivare al flauto e al clarinetto basso, James Carter e il suo quintetto hanno portato a Bari un jazz che, a prescindire dal gusto, è sicuramento un'alternativa valida ai soliti concertini che si ascoltano in giro. Anche sul jazz il Time Zones si sta dimostrando un festival alternativo, vedremo cosà ci riserverà per le prossime serate.