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POIESIS @ Fabriano (AN), 21-22 Maggio 2011

  • Scritto da Enrico Tallarini & Anidride

Poiesis 2011

Poiesis 2011 - Poiesis 2011
Un successo su tutti i fronti: così si potrebbe riassumere l’edizione 2011 di Poiesis a Fabriano, festival giunto ormai alla quarta edizione e diventato rapidamente uno dei punti di riferimento della primavera culturale italiana. Dopo le serate in compagnia di Vinicio Capossela due anni fa, e di Sinead ‘O Connor e Michael Nyman l’anno scorso, torniamo a respirare quell’atmosfera stimolante e rilassata, e per certi versi unica, che il festival e la cittadina marchigiana sanno offrire. Il tema di quest’edizione è “Fratelli in Italia”, un contemporaneo omaggio ai 150 anni d’Italia. Di questi tempi non sembra vero poter godere di queste manifestazioni gratuitamente. È una boccata d’aria fresca entrare nel centro storico durante Poiesis, come essere nel paese delle meraviglie. Ogni cosa curata nei dettagli, ogni cosa a portata di mano. Le iniziative artistiche sono concentrate nello spazio di cinque minuti a piedi l’una dall’altra, consequenziali e non concomitanti, dando modo a chi interessato di poterle godere tutte, senza essere obbligati a fare una scelta spesso difficoltosa. Sembra quasi di non essere in Italia: orari rispettati, spazi ben curati, nessun intoppo, nessun ritardo di sorta, nessun “problema tecnico” a cui ormai siamo, purtroppo, abituati. Anche il sole ha aiutato, colorando l’architettura di una luce fiabesca, quasi rinascimentale. Un’organizzazione comprensibilmente nevrotica e tesa ma impeccabile, location altamente suggestive e alcuni tra gli artisti più rappresentativi del panorama culturale mondiale: questo è Poiesis.

Qualche istantanea sulle due giornate trascorse al Festival:

Piazza Italia - Forse è la crisi che spinge le persone a uscire di casa e a ricercare un senso comune di un’italianità nell’arte, nello stare insieme in una piazza, nell’ascoltare le canzoni che hanno segnato la nostra Storia. In una piazza accogliente di giorno e suggestiva la sera, valorizzata da proiezioni colorate e roteanti, la città si anima fino alla saturazione.

I giovani cinquantenni del cinema italiano: Giorgio Diritti e Ferzan Ozpetek al Museo della Carta. Molta gente, troppa gente: l’entusiasmo lo si vede già dalla fila che si crea mezzora prima dell’evento. I due registi parlano di cosa dovrebbe essere il cinema: una fucina per giovani talenti (non ultra cinquantenni) per Ozpetek, e un’arte svincolata dalla televisione e che sappia anche rischiare per Diritti, perché “i film più importanti, i più urgenti, sono quelli che si fa molta fatica a sviluppare”. Quindi giovani talenti fatevi avanti che la crisi, se c’è, è quella della mezza età. Crisi che sembra non aver attraversato Diritti che se ne torna a casa in treno come un ventenne on the road.

L’abbraccio del Principe: Abbracciare e farsi abbracciare nel backstage da un corazzato Francesco De Gregori, con tanto di inaspettato e clamoroso “ti voglio bene”, è un sogno che si avvera. “Il Principe” della canzone d’autore, occhiali scuri e scarpe bianche, regala un concerto da brividi in una Piazza del Comune piena da fare male. “Viva l’Italia”, “La Storia Siamo Noi”, “Numeri da Scaricare”, “Alice”, il duetto con Neri Marcorè, e poi “Sempre e per Sempre”, “Buonanotte Fiorellino”, “La Donna Cannone”, “Generale”: un concerto e una serata difficili da dimenticare.

Qualche istante di paura: durante lo spettacolo-concerto di Neri Marcorè un boato segnala una ragazza che si sente male tra il pubblico. Lunghi attimi di paura, ma per fortuna niente di grave. E il set di Marcorè continua, tra cover di Fossati, Gaber, De Andrè e le proiezioni sui muri di una piazza che incantata aspetta De Gregori.

Fratelli di mano: scontrare un iperattivo e sorridente Alessandro Bergonzoni e scambiarsi i biglietti di visita lascia un po’ interdetti. Dai che la strada è quella giusta.

I fiori del male: una menzione speciale va sicuramente a colui che è stato definito il Baudelaire dei nostri tempi: Yves Bonnefoy. Non solo poeta ma anche traduttore e critico d’arte più volte candidato al Premio Nobel. Un Baudelaire con i piedi per terra, che rimane a fine incontro per scattare foto e firmare autografi alla veneranda età di 88 anni. Quasi non crede all’edizione di un suo libro su Edward Hopper che gli chiediamo di autografare in un francese improbabile; la gira e rigira tra le mani come se non fosse certo che il libro sia suo.

Che se magna? Il vero problema di queste manifestazioni è che a un certo momento, dopo aver saziato le menti a dovere, tutti gli stomaci all’unisono iniziano a rivendicare la loro parte. E anche qui si riconosce lo spirito italiano della buona forchetta, dell’essere fratelli a tavola. File su file di file di persone in attesa di pizza, birra e panini che finiscono le scorte in ogni angolo remoto di Fabriano. Nota positiva i prezzi dei ristoratori, onestissimi.

Pillole di memoria: l’attenzione della folla pomeridiana alle interviste di Vergassola e Riondino; il pianista sull’oceano d’erba Danilo Rea che reinterpreta De Andrè al piano; i quadri di Caravaggio e De Chirico; il filo-turista Massimo Cacciari; i fuochi d’artificio sul finale: per raccontare ogni evento di Poiesis servirebbero parole su parole, pagine su pagine.

Il finale: è l’orchestra per matrimoni e funerali del maestro Goran Bregovic a chiudere la tre giorni di Festival. Una bomba balcanica in bianco a cui è impossibile resistere. Vecchi seduti in prima fila su sedie portate da casa, bambini di ogni età che ballano e urlano, cani, passeggini, la serata di chiusura del festival è all’insegna dell’euforia.

Lunga vita all’euforia. Lunga vita a Poiesis.