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NEON INDIAN @ Rimini, 26 Maggio 2012

neon indian velvet Prima italiana per Alan Palomo aka Neon Indian: due album all'attivo e tanta curiosità per il pericoloso adattamento alla dimensione live. Nei mesi del declino della fantomatica scena ipnagogica, pizzicare uno dei suoi maggiori capostipiti a un'ora di macchina da casa tua diviene l'occasione della vita per un test pratico e indolore.

Di solito è musica che spacca quattro volte più su disco che dal vivo (suggestioni rarefatte, stratificazioni sonore difficili da replicare e a rischio evaporazione live), ma è altrettanto vero che la classe di un personaggio come Alan Palomo giustifica la cappa di hype creatasi attorno ad un artista che di revival anni ottanta, e relativa modernizzazione, continua a propagarne con successo le linee guida.

La presenza scenica del texano di origini messicane è la cosa più bella di tutta la serata: cura maniacale per i dettagli (dall'orologio in oro anni ottanta ai jeans con pacco in bella vista) e un corredo di movenze carismatiche e carambole sinuose, al cospetto di una band che fa della staticità primordiale la sua unica forma di comunicazione (eccezion fatta per un percussionista sì spettacolare, ma eccessivamente monotono sul versante creativo).

Lui, piccolino e sicuro di sé in mezzo al palco, pare sbucato direttamente dal più reazionario dei videoclip di Michael Jackson, il resto della ciurma chi da una scena tagliata di "Napoleon Dynamite" chi da una rivisitazione hipster della famiglia Addams. Pubblico pacato e rilassato, composto in buona parte da belle ragazze, pronto ad immergersi nelle atmosfere subacquee di "Psychic Chasms" fino ad implodere nell'ipnosi dubstep di "7000 (Reprise)", talmente appiccicosa da attirare l'attenzione della prima navetta di sedicenni approdati in discoteca con attitudine ed obiettivi completamente diversi. La carica commerciale di "Polish Girl" rende poi giustizia ad un live cominciato in sordina ma cresciuto di intensità e spettacolarità piroetta dopo piroetta.

Nota finale per gli opening act Brothers In Law, giovani portabandiera della Pesaro rumorosa, passaporto adriatico e orizzonti newyorkesi, costantemente in bilico tra sporcizia lo-fi e sfumature dark-wave. Barriera sonora che cresce e si rafforza concerto dopo concerto.

Questi ultimi dovrei ribeccarli all'Handmade, Alan Palomo chi lo sa, forse fra dieci anni in un documentario americano sull'evoluzione della musica pop.