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GUANO PADANO @ Milano, 20 Aprile 2012

guano padano I milanesi lo sanno, i forestieri no: la settimana del Salone del Mobile è un incubo! E la sera la città diventa la patria del Fuori Salone, eventi e presentazioni collaterali alla Fiera, in cui orde di giovani, meno giovani, di vorrei-essere-ancora-giovane, tutti maledettamente hipster si riversano in zone più o meno concentrate per bere e ballare all’ombra di pezzi di design più o meno discutibili.

Il fatto che i Guano Padano suonino a poche decine di metri dalla zona più dedita a quest’orgia di mondanità ha di per sé del meraviglioso. Il tranquillo e appartato Teatro Ariberto è una riserva indiana in un apocalittico paesaggio dominato dalla pessima musica elettronica da aperitivo.

Quando i tre cavalieri salgono sul palco vestiti come per andare ad un ballo di gala in un saloon di Tombstone è chiaro che stiamo già viaggiando in direzione West!

Il set abbraccia in particolare il nuovo disco, “2”, non risparmiando qualche volata nel primo loro lavoro e accentua maggiormente le influenze e i rimandi da immaginario morriconiano, fischi compresi come in "One Man Bank".

È Danilo Gallo al basso e organo, spesso seduto, che detta i tempi agli altri due, con Asso Stefana libero di scatenarsi con la chitarra. Echi di psichedelica da fumeria d’oppio entrano quando Zeno De Rossi alla batteria aziona campionamenti d’oriente ("Miss Chan") sui quali la steel guitar ci culla, mentre improvvise accelerazioni e crescendo all’unisono ci catapultano in cavalcate lungo praterie sterminate ("Bull Buster"). Non mancano i momenti riflessivi e rilassati, in cui la scena è contemplativa ("Sleep Walk").

I tre sono silenziosi sul palco, non hanno bisogno di dirsi niente, il meccanismo è collaudato. Un leggero movimento del capo e uno sguardo oltre luci sono l’unico contatto che Stefana concede al pubblico, che anche se non numeroso non risparmia applausi e incitamenti al trio. I Guano Padano regalano un’ora secca di musica intensa, l’assenza dei numerosi ospiti che collaborano nei dischi in studio non si sente e, anzi, una volta finito ho provato quel senso di pienezza ed emozione che mi mancava da quando ho visto “C’era una volta il West” per la prima volta!