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Giovanni Lindo Ferretti @ Amandola (FM), 03 Settembre 2010

  • Scritto da Enrico Tallarini

giovanni lindo ferretti“Non tornerò mai dov’ero già. Non tornerò mai a prima, mai”

Gli ha dato di volta il cervello. Non è più quello di una volta. Chissà cosa gli è preso. Tutti contro Ferretti. Tutti a commentare, a sparare sentenze, merda a palate. Che Giovanni Lindo Ferretti sia personaggio controverso è fuori questione. Sempre contro il verso, il verso comune.

Dal punk filosovietico dei CCCP alla Lega Nord, da Berlino a Cerreto Alpi. E in mezzo C.S.I, PGR, libri, spettacoli teatrali, manifestazioni anti-abortiste, Ratzinger vari. Un cammino umano e artistico senza eguali nel mediocre scenario culturale italiano. O lo si ama, o lo si odia Ferretti. E io Ferretti l’ho sempre amato. Sono cresciuto con le sue parole. Parole diverse da quelle degli altri cantanti. Erano le sue, le parole. Erano e restano le sue. Le possiede. E anche quel modo di cantarle le parole, scandirle, salmodiarle, declamarle. Più è imitato, più risulta inimitabile.

Avrete capito che la gratitudine di chi scrive, nei confronti di Giovanni Lindo Ferretti, è piena e radicata. Ma. Condivido poco e niente dell’ultimo Ferretti, Lega Nord in testa. Non condivido ma accetto e rispetto. “Bella Gente d’Appennino” è sì un libro, ma anche uno spettacolo di parole e musica; le parole di Ferretti e la musica di Ezio Bonicelli, storico violinista dei mai abbastanza compianti Ustmamò. Già visto due volte, francamente non mi aveva mai entusiasmato. Per trasformare il due in tre ho avuto bisogno di una tappa intermedia, una sosta carburante. Eccola. Una decina di giorni fa decido di andare a vedere com’è sto benedetto Cerreto. Com’è, come si sta, cosa si fa. Voglio guardarla negli occhi la bella gente d’Appennino. E guardare anche Ferretti negli occhi, nella speranza di ritrovarci quella stessa gente. Cerreto Alpi è un piccolo borgo medioevale arroccato sull’Appennino, a una trentina di chilometri da tutto. Sì e no un centinaio di abitanti, tra i quali il reduce Ferretti. Che vive davvero lì, con l’anziana madre, vicini di casa, cavalli e cani. Lo incontro anche Ferretti, e quattro parole ce le scambio, tra una sigaretta, una maglietta dei PGR al contrario e la madre che ci squadra tra il fiero e il curioso. E il due diventa tre. E il tre si sceglie da sé.

Nel futuro più prossimo la sola occasione per poter assistere a “Bella gente d’Appennino” è andare, stasera, ad Amandola, un paese carino e minuscolo non so se in provincia di Fermo o Ascoli, a due passi dai monti Sibillini. Amandola dista duecentotrentatre chilometri e seicento metri da ogni luogo. Per di più tutta strada col limite dei 60 (?) e sottoposta ad autovelox in serie infinita. Non conta da dove parti, non si arriva più. Ma noi non solo arriviamo, ma arriviamo in anticipo, e una volta piedi a terra ci fiondiamo di fronte al teatro, nell’attesa che consegnino i biglietti. Metri e metri ansimando in salita per ritirare, da non si sa chi, dei biglietti per uno spettacolo gratuito. Mah. Passerà un’ora prima che qualcuno si degni di farsi vivo. “Il teatro può ospitare cento persone e Ferretti non vuole gente in piedi, quindi cento dentro e gli altri fuori”. Siamo i primi e la prima fila è nostra. Tra i cento: quattordicenni con magliette CCCP, impresentabili ragazzi in onda rockabilly, mariti e mogli (pacchetto unico) che probabilmente mancano dell’idea più pallida per la quale sono qui. Fuori luogo e fastidiosi. Sul palco solo due sedie. Ferretti e Bonicelli compaiono in silenzio, un inchino e via seduti, senza una parola. E qui interrompiamo la cronaca.

Un’ora dopo siamo fuori. Lo spettacolo è finito. Un’ora tra la voce di Ferretti e le stranianti note di un violino spesso effettato, altre pizzicato, targate Ezio Bonicelli. Ferretti che racconta il suo ritorno a casa, la vita di montagna, la vita che va avanti per generazioni, come una catena e i suoi anelli. Racconta leggendo a volte parti di libro, a volte testi di canzoni, altre testi inediti. Legge e canta. Canta “Brace”, la mai registrata “Le Cose Cambiano”, “Palpitazione Tenue”, “Cronaca del Ritorno”, “Del Mondo”, “Amandoti”, ri-arrangiate ma intatte e suggestive. Parole, canti, note: questo è “Bella gente d’Appennino”. La scrittura di Ferretti è notevole, secca e calibrata. Le parole aspre, grette di suono. Così come aspro il modo in cui sono mitragliate. Ferretti è una macchinetta, non respira quando parla, e contorce la faccia per scandire le parole.

Parole anti-progresso, anche se figlie del progresso. Parole di chi ha trovato nel ritorno alle proprie origini, alla propria casa, un senso al suo percorso, al suo esistere. La pianta che invecchiando s’incurva, e si riavvicina alla radice. Forse eccessivi l’autocompiacimento e l’alterigia nelle sue parole, ma forse è solo una mia impressione. Curiosità, rispetto e ammirazione restano. Resistono. Se poi questo “progresso” più che un mare sia una fossa biologica, lo lascio decidere a voi. Io stasera son troppo in pace per tormentarmi.

Vedo là al calar del mondo, feticcio dal color losco Progresso ti riconosco, ho il tuo marchio impresso in fronte