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Gang Of Four @ Pescara. 02 Agosto 2008

  • Scritto da Orasputin

gang of fourParco Le Naiadi - Pescara, Sabato 2 Agosto 2008

Appuntamento imperdibile nella Pescara che lascia il segno, già da un paio d’anni sforna eventi culturali a raffica.

Dopo il Festival Delle Letterature , i Trasporti Marittimi (Martin Rev, Baustelle) e le tre passate edizioni dell’Indie Rocket Festival (tutto rigorosamente gratis), eccoti spuntare - posticipato di un paio di mesi - il concertone attesissimo con tanto di nome che “pesa”: non più Indie Rocket gratuito ma evento unico e a pagamento, non più fondi regionali motivo di gruppettini semi indie stranieri o locali, ma un organizzazione forte (la Clap Dance dell’ex punk convertotosi alla new wave Paolo Visci) a lavoro sulla band coi controcoglioni, di quelle che svoltano, nientepopodimeno che i Gang Of Four dal Regno Unito, accompagnati per l’occasione da una combriccola di band locali impossibilitate a reggere il confronto, a parte una, ma andiamo per ordine. Intenzione dei promoter era quella di piazzare l’evento importante, puntare al grosso con la speranza di attirare appassionati vecchi e nuovi. Sorvolando per un attimo sulla grandissima stima che nutro per una band come i Gang Of Four, devo constatare che alle ore 20:30 del 2 Agosto 2008 la presenza di pubblico al Parco le Naiadi è stranamente timida.

Ci si aspettava un riscontro sicuramente diverso, considerata la fittissima pubblicità attorno all’evento: ”unica data italiana dopo 27 anni“, recitano i depliants. Il fatto di puntare tutto su di un’inedita prevendita (16 euro in anticipo, 22 euro direttamente al botteghino) ha pertanto fregato quella miriade di concertari abituati a spiccirsela all’ultimo momento, nella speranza di vedersi ridotto il prezzo del biglietto, errore di calcolo (chiamiamolo vizio) tipicamente italiano. In una cornice suggestiva -piscine aperte/scoperte, fontane, prati, tanto verde - ci rilassiamo 15 minuti con i Kill The Nice Guy, terzetto toscano due femmine un maschio figlio dell’america indie tanto riot grrl (Bikini Kill) quanto hollywoodiana (Hole). Buona l’acustica, discreti i volumi, mummie permettendo, a scuotere la testa sotto il palco ci saranno si e no 3 o 4 persone. Cambia la musica, non cede il terzetto: ci pensano i Red Worm’s Farm ad infiammare la scena, cazzo se ci riescono, considerando che sono gli unici a vendere i propri dischi a fine esibizione. Sferzate di chitarra funk, accelerazioni al mercuriocromo, controtempi felini, la violenza inaudita di una band che si fa chiamare per nome d’animale.

Le combinazioni “Cane” / “Serpente”, sorrette dal drumming micidiale del “Gorilla”, spiazzano letteralmente un pubblico incredulo e fiero di band così nel proprio paese. Esibizione al cardiopalma, schizofrenia brutal funk. Chiacchiero col batterista, non conosce i Fear ma mi elenca un trittico di band che l’hanno musicalmente convertito: Fugazi, Sonic Youth, Jesus Lizard, massime fonti d’ispirazione per chi nella testa ha il cervello buono. Dovevano essere loro gli anti Gang Of Four, ma tocca al Santo Niente di Umberto Palazzo farci ripiombare nell’oscurità di un parco già di per se poco illuminato. Giocano in casa, ma il pubblico non c’è. La febbre da headliner comincia a salire, i quattro veterani del rock pescarese evidentemente ne risentono, l’esibizione è fiacca, lenta, spezzaritmo. Esperienza si fa sentire nelle piccole dosi di visceralità caratterizzanti una buona decina di minuti di concerto. A parte la musica che strizza l’occhio ai Kyuss, è la voce di Palazzo a destare enorme sospetto. Dove sono finiti i vocalizzi possenti da universitario stressato dei vecchi cavalli di battaglia? E la rabbia grunge del vecchio Santo Nada? Capisco l’Umberto intellettualizzato dalla recente reunion dei Massimo Volume, l’Umberto kraut rock scassatosi la minchia di “Cuore Di Puttana“ (uno dei loro storici pezzi), capisco l’urgenza evolutiva, ma in casi come questo si dovrebbe puntare più all’ìmpatto che ad un approccio poetico dark conturbato. Dov’è finito Federico Fiumani?

Lo scazzo del sabato sera. 25 minuti di attesa, una manciata di songs in rotazione (Joy Division, Devo, John Lydon…) ed ecco spegnersi le luci, il parterre è colmo di gente(1000 presenze non di più ), 2 vecchi marxisti dell’era Tatcher più due giovani nuovi innesti già sul palco. Il pubblico è in delirio, non disperato come ad un live dei R.A.T.M., ci si può trasferire da dietro il mixer alla prima fila in 120 secondi. Jon King è in tenuta nera, incazzata, la sua voce non è mutata di una virgola, da sobrio è un animale che cammina a quattro zampe. Andy Gil è il solito maratoneta della chitarra elettrica, capello bianco, Fender Stratocaster e completo grigio/nero, pesante agli occhi di chi lo guarda figurati per chi lo indossa. Ci deliziano in tutti i loro classici, rispolverati di recente nel celebrativo “Return To Gift“, dove nuove leve quali Yeah Yeah Yeahs, Hot Hot Heat e Rakes se la giocano a remixare brani di una trentina d’anni fa. Il classico esempio di quartetto che influenza le nuove generazione più che vendere dischi. “Not Great Man“, “Ether“, ”At Home he’s a Tourist” fungono da biglietto da visita, impressionante la potenza sprigionata. Il gruppo è in gran forma e si vede, di mezzo ci sono anche gli stimoli per l’unica data europea dopo quella di Londra. In “He send the Army” si concedono un siparietto alla Einsturzende Neubauten con tanto di forno a microonde fracassato con una mazza da baseball (messaggio politico?), mentre “Anthrax” è il momento ideale per prendere aria riacquistando energie, sul palco c’è il solo Gil alle prese con una chitarra da far saltare in aria (…mai me lo sarei aspettato!) Calano leggermente sui pezzi nuovi, quelli del nuovo album in imminente uscita, per il sottoscritto è il momento di eliminare alcuni scatti andati a male. In serie ci stordiscono con ”Paralyzed” (psycho funk e chitarra ipnotica), “What we all want” (che rievoca i R.A.T.M.), “We leave as we dream, alone” (cavalcata rock cantata a squarciagola), impeccabile la base ritmica: il bassista pare Zach De La Roca convertitosi al glamour mentre il batterista c’è ma non si vede, troppo distante dal “ring” degli strumenti a corda. “Why Theory“, con la sua “We forgot Opinions” è uno dei momenti più entusiasmanti della notte pescarese: Jon King nuovamente con quella diamonica scalfita e inoltrata nella storia.

Pausa breve ed eccoteli nuovamente sul palco, è il turno di ”Natural’s not in” (storico cavallo di battaglia), l’irrestistibile “I love Man in the Uniform” (momento esaltante) l’ultraritmata “To Hell with Poverty“, con King e Gil a strattonarsi a vicenda. L’avevano detto quelli del soundcheck: “Questi hanno un feeling eccezionale”. “Demaged Goods” riaccende il fuoco della Londra post punk, King stringe un calice di Greco di Tufo ghiacciato, incantesimo che svanisce nella conclusiva “I found that Essence Rare“, l’ennesimo bis, nonchè il pezzo più cattivo dell’intero repertorio. Si scatenato i quarantenni, ma il concerto volge il termine. Che dire, una bellissima esperienza, location e prezzi di birra e concerto onesti, organizzazione impeccabile, stands fornitissimi, intrattenimento assicurato! Peccato solo per quell’inaspettato calo di presenze che già dalla deludente prevendita si pronosticava tale. Come inizio di una lunga tradizione, mille persone sono un buon punto di partenza. Pe la serie: “pochi ma buoni”. La domanda che tutti si pongono è: “…e se avessero chiamato i Devo?” Per chi dubitasse, le foto della serata sono state scattate dal sottoscritto