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FRANCESCO DE GREGORI @ Senigallia (AN), 22 Ottobre 2011

  • Scritto da Enrico Tallarini

Francesco de gregori mamamia senigallia Sono le ventidue e quaranta: un Mamamia bello pieno aspetta con ansia l’arrivo del Principe indiscusso della canzone italiana. Partono le note di “Generale”, ad aprire una due ore di bocche aperte e brividi difficili da raccontare. Sotto il palco convivono tre generazioni: padri, figli, anche nipoti, per quello è una specie di miracolo. Riunire un pubblico così variegato in un locale “giovane” come il Mamamia poteva riuscire solo a Francesco De Gregori.

Stanco delle piazze piene, del pubblico grande e imbalsamato, e di tutte quelle poltroncine rosse svuota portafoglio, il cantautore romano torna a suonare in posti piccoli e per poche centinaia di persone. Un tour nei club per toccare con mano e vedere le persone da vicino, guardarle in faccia, sputargli addosso. Il risultato di questo gesto d’amore verso musica e pubblico è stato, almeno in questa data senigalliese, davvero esemplare. Più di due ore di concerto, una scaletta superlativa, una band eccellente: chiedere di più sarebbe vergognoso. E in mezzo al palco lui, il Principe, cappello nero e occhiali scuri, palesemente a suo agio, divertito, che infila una dietro l’altra tutta una serie di canzoni da togliere il fiato. Centoventi minuti che alternano rock, ballate, folk e country come fosse la cosa più naturale del mondo. Dalle tirate “Vai in Africa Celestino” e “L’ Agnello di Dio” alle cullanti “Caldo e Scuro”, “Gambadilegno a Parigi”, “Sempre e per sempre”: stasera ce n’è per tutti i gusti.

Dal palco un suono caldo e legnoso, tendente al country e al folk, con chitarre, violino, piano, organetto, batteria, basso. La band, otto elementi e capitanata da Guido Guglielminetti al basso, è la stessa che lo segue da anni, ed è calibrata alla perfezione. C’è spazio anche per un omaggio al mito di sempre, Bob Dylan, con la meravigliosa “Non Dirle che non è Così” e con l’intro di “Rainy Day Woman”, incastrata e resa tutt’uno con una “Buonanotte Fiorellino” che così rock non è mai stata. “Fate un applauso per Bob” chiede De Gregori, con quella voce che non sbaglia un colpo e con gli anni si carica di intensità, fino a entrarti dentro la pelle. Merito anche dell’ottima acustica del Mamamia, ideale per contenere il suono e allo stesso tempo spingere gli entusiasmi oltre i pannelli insonorizzati che ne fanno da tetto.

E non è finita, perché come un fulmine a ciel sereno ecco “La Storia”, “La Casa”, quella “Titanic” impossibile da non ballare e una stravolta “Alice”. Una scaletta senza tregua e senza pause, che poi sputa anche "La Donna Cannone” e “Rimmel”, e lì quasi mi sento male. Iniziano a servirmi due mani per contare le volte che ho visto De Gregori, ma stasera è scattato qualcos’altro. Sarà che è tutto così piccolo e vicino, che l’acustica è perfetta, ma è come se De Gregori avesse invaso un palco solitamente occupato dai nuovi cantautori, quelli di una scena indipendente che nemmeno tra due secoli riuscirà a dar vita a qualcosa di così grande.

Canzoni che solcano il tempo, che hanno attraversato tre generazioni e sono ancora qui, più potenti che mai, più belle che mai. Il locale comincia a scoppiare, arrivano giovani con la febbre del sabato sera, Principe e band se ne vanno e tornano sulle note di “Bellamore”, per un bis blueseggiante chiuso con una versione di “A Chi” che strappa applausi e anche qualche balletto. Restano solo parole, parole che sembrano diverse da quelle che senti nei dischi. Parole vive, sparate in faccia a due centimetri da uno dei più grandi poeti della canzone di sempre. Parole che parlano di noi, e che lo sanno fare. I giovanissimi che fanno la fila per entrare, adesso che il concerto è finito, esultano perché il “vecchio” ha finito. A me viene da piangere.

Vi prego, smettetela di fare figli. O almeno, se proprio ne volete uno, portatelo a un concerto di De Gregori.

 

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