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Francesco De Gregori @ Bologna, 28 Marzo 2015

  • Scritto da Enrico Tallarini
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Un concerto strepitoso, impeccabile e generoso quello tenuto da Francesco De Gregori all'Unipol Arena di Bologna, in una delle prime uscite live del nuovo “Vivavoce Tour”, con cui il cantautore romano sta portando in giro per l'Italia alcune tra le canzoni più belle di una storia musicale lunga oltre quarant'anni.

Canzoni entrate a piene mani nell'immaginario collettivo di almeno due generazioni, vestite di nuovi arrangiamenti e suonate con straordinaria perizia e vitalità da una big band in stato di grazia, elegantissima e rigorosamente in nero.

Oltre due ore di concerto per una serata da incorniciare, con l'Unipol Arena che per l'occasione si trasforma in un enorme teatro e si lascia rapire dalle parole e dalle note del Principe, riempiendo ogni silenzio con scrosci di applausi.

Ad aprire il set ci pensa il blues luccicante di “Finestre Rotte”, e poi “Viva L'Italia”, “Il Panorama di Betlemme”, “Caterina”, per una scaletta perfettamente calibrata tra spinte e carezze, passato e presente, e che in più momenti non si tira indietro dallo spingere l'acceleratore.

De Gregori, e chi non ha mai smesso di seguirlo lo sa bene, è in forma smagliante, e sembra stia vivendo una seconda giovinezza. Altissimo, occhiali scuri e immancabile cappello in testa, tiene il palco con una classe e una disinvoltura esemplari, graffiando dall'alto di una voce che migliora con gli anni, sempre più potente e ricca di sfumature.

Viva l'Italia”, “Caterina”, “Generale”, “Titanic”, “Niente da Capire”, “La Leva Calcistica del '68”, “La Donna Cannone”, “Alice”, “Rimmel”, “Buonanotte Fiorellino”: a De Gregori, come sempre, bastano due note per far “venire giù” un teatro e conquistare anche gli spettatori più diffidenti.

Gli undici sul palco sprigionano un suono potente, senza nemmeno l'ombra di una caduta di tono, con alle spalle una fumosa scenografia di luci, capace di creare intimità anche in un luogo solitamente freddo come un Palasport.
In scaletta anche “Il Canto delle Sirene”, “Un Guanto”, “Sotto le Stelle del Messico a Trapanàr”, “La Testa nel Secchio”, “La Ragazza e La Miniera”, “Belle Époque”, “Guarda che non sono io”, la struggente “Santa Lucia” e l'omaggio a Lucio Dalla in coda; una stravolta e grandiosa “Vai in Africa, Celestino!”, e persino due cover: l'italianizzata “Il Futuro” di Leonard Cohen (“The Future”) e “Can’t Help Falling In Love” di Elvis Presley, tirata fuori dal cilindro nel secondo bis.

Ci pensano “Cose” e “Volavola”, con la platea in piedi a bordo palco, a sigillare, dopo due bis, un concerto enorme, indimenticabile, che continuerà a lungo nella testa e nelle orecchie di chi l'ha vissuto.

Come ho scritto in occasione di un suo vecchio concerto: c'è un De Gregori per ogni età, per ogni stagione e per ogni stato d'animo. E di fronte ci sono padri e figli, e anche nipoti, uniti da un affetto incondizionato e trasversale, di chi sa che dalle canzoni, da queste canzoni, c'è sempre qualcosa da imparare.