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Erri De Luca @ Modena, 18 Ottobre 2011

Con il suo fare schietto e sincero e con la sua indiscussa capacità di narrare, Erri De Luca torna a far parlare di sé.

Lo ha fatto anche ieri sera, al Forum Monzani di Modena, complesso architettonico ideale per la presentazione del suo nuovo libro “I pesci non chiudono gli occhi” (Feltrinelli).

“Io non sono un attore”, sono state le sue prime parole, “riesco a mettermi solo nei miei di panni”. Ed ecco che in ogni suo romanzo, in ogni suo racconto, in ogni sua poesia, Erri De Luca parla anche di sé. Si racconta. Racconta della sua infanzia, degli anni della guerra, del rapporto intimo con sua madre. Ed è proprio sull’immagine di sua madre (“la mamma”, come la chiama lui) che lo scrittore napoletano si sofferma questa volta, perché è proprio su questa figura che è incentrato il suo nuovo libro.

In realtà, la mamma di Erri De Luca, è già stata protagonista di un altro suo scritto, ma con un’unica differenza. Allora c’era, ora non c’è più. “Il ricordo” , per lui, “non è che un armadio del quale non possiedo la chiave” e la scrittura diviene quindi il suo unico e personalissimo modo per poter di nuovo stare con tutte quelle persone che l’hanno abbandonato. La presentazione del nuovo libro, anticipata dalla visione del breve cortometraggio che lo vede protagonista, avviene nel più totale silenzio di una folla quasi sotto incantesimo.

Un pubblico gremito che ascolta assorto il narrare di un uomo che è stato definito da molti come “lo scrittore del decennio”. Dalla sua postazione privilegiata (una poltroncina sul palco), Erri disquisisce sul più e sul meno. Ci racconta dell’origine del suo nome, di quando nell’aprile del ’99 era a Belgrado e dei suoi dieci anni, quelli di “un ragazzino troppo cresciuto mentalmente, ma rattrappito in un corpo da marmocchio”. “Anni di urto” che hanno indubbiamente segnato la vita dello scrittore e che si ritrovano stampati anche nelle pagine dei suoi libri. Il suo, appare come un monologo ben costruito, ma non per questo artificioso, che alterna ricordi passati a fatti presenti, che passeggia lungo la linea del tempo della sua vita disseminando qua e là sassolini che, se uniti, sono in grado di delineare ugualmente un senso coerente alle sue parole. Parole che vengono scelte con cura, che rimangono sospese nell’aria finché Erri non è sicuro della loro validità e che riescono intimamente a fare breccia nell’animo di ciascuno di noi.

Un gran narratore, non c’è che dire. Un uomo consapevole delle proprie capacità eloquenti che si sente costretto a interrompersi per paura di stare annoiando e per lasciare spazio anche alle domande del suo auditorio. Si susseguono così, nella seconda parte della serata, i quesiti dei più curiosi, o forse, solo dei più coraggiosi a prender parola. Erri risponde ad ogni domanda con pacatezza ed estrema disponibilità, mantenendo salda la propria tonalità di voce e concedendosi solo qualche pausa di intermezzo con un bicchiere d’acqua.

Parla dell’amore e della giustizia. Amore come fondamento dell’esistenza umana e giustizia come impossibilità di sussistere (“Più è grande il reato o il danno commesso, più la giustizia è un formato da carta igienica”). Spiega il suo punto di vista da partecipante alla manifestazione del 15 ottobre a Roma e glissa magistralmente ad una provocazione su Cesare Battisti (“Non me ne frega niente o, se preferite, mi avvalgo della facoltà di non rispondere”), riuscendo anche a strappare un sorriso alla sala. Chiarifica poi il suo rapporto con la montagna, “Come montanaro sono abusivo. Io non sono nato in montagna. Sono uno che la scala però” dice e puntualizza di seguito “La montagna è per me il libero gioco dell’arrampicare e dello scalare. Un posto festivo. Un campo del libero rischio affrontato”.

Allo scoccare delle undici in punto (mezzanotte era forse chiedere troppo), Erri sembra però quasi rinvenire al trillo di una sveglia immaginaria che gli ricorda che è ormai tardi. Nessuna carrozza che rischia di tramutarsi in zucca e nessun pericolo di perdere una scarpetta di cristallo (semmai delle Clarks di camoscio chiaro): solo, la lucida consapevolezza, di una lunga fila di fans che attende con ansia l’autografo del proprio mito sulla copertina della sua ultima pubblicazione. Erri allora ringrazia, saluta tutti, ma non prima di acconsentire anche all’ultima richiesta di un responsabile dello staff. “Mi sento come Claudio Baglioni quando gli viene chiesto di cantare Piccolo Grande Amore”, dice sorridendo sotto i baffi, ma poi la bellissima poesia “Valore” ce la legge comunque!

Grazie Erri!

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