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Dirty Beaches @ Ravenna, 20 Ottobre 2011

  • Scritto da Orazio Martino

dirty beaches a ravenna Riapre il Bronson di Madonna dell'Albero, valvola di sfogo della scena indipendente italiana e internazionale. A sventolarne la bandiera, due tra le realtà più interessanti di un 2011 pieno zeppo di novità discografiche. Da un lato i Be Forest, paladini di una dark-wave che dalla riviera adriatica si espande ai confini dell'Europa, dall'altro Dirty Beaches, tra gli artefici della reincarnazione lo-fi targata nuovo millennio. Entriamo nel locale che il terzetto pesarese sta concludendo il proprio set sulle note di "Your Specters" (dieci chilometri di coda causa incidente sulla A14 una coltellata al petto impossibile da cicatrizzare). L'impressione è quella di un sound dinamico e corposo, con una band in ottima forma e l'acustica del locale che rende finalmente giustizia alle sonorità glaciali, incantate e malinconiche della new sensation targata We Were Never Being Boring.

Il tempo di una sbirciata al merchandising ed ecco salire sul palco il gigante mezzo canadese mezzo taiwanese, marcato a uomo da un sassofonista dall'aria stranulata, nel tentativo di rievocare rituali messianici sulla scia dei primissimi Suicide. L'ambientazione  tetra, fumosa e rigorosamente in black & white , ci sbatte in faccia un artista dal fare scarno e una presenza scenica formidabile; basi musicali che emanano un tanfo dub noise rockabilly e il lavoro sporco di una Fender Stratocaster percossa il minimo indispensabile per cavare rumori e dissonanze di ogni genere. Protagonista assoluta è la voce, che scarica la propria rabbia tramite urla fuori campo e capisce quando indossare l'abito elegante del crooner.

Nella seconda parte lo spettacolo assume connotati da film noir, e la presenza scenica  diviene quasi ingombrante. Il gigante pare risucchiato nel palco: sputa, scalpita, invoca Elvis in ginocchio, mentre le basi looppate fungono da pendolo per ipnotizzare i presenti. Come abbaglianti che spuntano all'improvviso da un nebbioso rettilineo, ecco le canzoni di "Badlands" venire fuori alla stregua di schegge impazzite (tutt'altro che mere rivisitazioni). Tra queste captiamo "Horses" e "Lords Know Best", che inaugurano i rispettivi walzer con un clic di pedale per poi miscelarsi (e confondersi) nella liquidità del marasma generale.

40 minuti di concerto, e poi? Ci rendiamo conto che il Dirty Beaches fuori dal palco è un tranquillone d'altri tempi. Pacca sulla spalla, stretta di mano, rituale fotografico e tutti a casa con il cielo che non ne vuole proprio sapere di concedere una tregua. Durante il viaggio, tra ombrelli rotti, ansie e paure, appuriamo una cosa: se le one man band rappresentano, agli occhi di molti, un "prodotto" incatalogabile e difficile da fruire, Dirty Beaches è uno dei talenti che le sta riavvicinando al grande pubblico. Vintage e ultramoderno allo stesso tempo!