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CocoRosie @ Soliera (MO), 16 Giugno 2013

Che l'evento CocoRosie sia qualcosa di eccezionale per un piccolo paese come Soliera è un pensiero che mi passa subito per la mente, non appena chiudo lo sportello della macchina e mi avvicino all'enorme e già transennata Piazza Lusvardi, dove le sorelle Casady stanno facendo il soundcheck.

Da lì all'apertura dei cancelli il tempo vola che è un piacere, tra birre, curiosi che scrutano il grosso tourbus della band e i primi fan che cominciano ad arrivare e a gironzolare intorno al piazzale assolato.

E per la cronaca: quello di stasera penso sia il pubblico con il più alto tasso di figa della storia. Il novanta per cento sembrano (o sono) lesbiche, ma poco importa, quello in cui ci stiamo immergendo resta una sorta di paradiso in terra. Per gli occhi lo è già, mentre per le orecchie ci sarà da aspettare ancora qualche ora.

Su questa linea di sensualità si incastra alla perfezione anche la performer e transgender newyorchese Nomi Ruiz, la prima a salire sul maestoso palco di Soliera, quando non è ancora buio e la piazza è praticamente semideserta.

Ecco, giudicare una performance come quella della Ruiz (date un'occhiata a foto e video), tutta balli e mosse sexy su basi elettroniche tra new disco, hip hop e r'n'b, è qualcosa che francamente va oltre le mie capacità. Un curriculum e collaborazioni di tutto rispetto (Antony, CocoRosie, Hercules and Love Affair) non bastano a dare un senso a un mini set che, al di là degli shorts inguinali, sembra avere poco da salvare.

Sottopalco le file continuano ad aumentare quando tocca a Cosmo, già leader dei Drink To Me e oggi alle prese con il suo nuovo progetto solista, salutare il pubblico di quest'ultimo appuntamento targato Arti Vive Festival.

Sul palco con campionamenti elettronici, synth, due ballerine e persino un cannone che spara cartine: Cosmo è di scena per presentare il nuovo disco “Disordine” e, tra alti e bassi, porta avanti discretamente questa lunga maratona musicale.

Il pubblico sembra apprezzare, non vuoi per l'eccessiva durata dello show, che mette a dura prova le gambe in attesa del vero e unico motivo per il quale siamo qui stasera.

Ventidue e trenta: ci siamo. Nel buio di Piazza Lusvardi ecco comparire le due sorelle Casady, in scena con il supporto di tre strumentisti, ad alternarsi tra piano, tastiere, drum machine, basso e beatbox.

Ecco, restando alla band, menzione speciale va a Tez, il super beatbox umano che per tutta la serata farà con la sola voce quello che un'infinità di aspiranti maghetti dell'elettronica nostrana non riescono a fare con migliaia di euro di tecnologie all'avanguardia.

Tanto che a metà concerto avrà una manciata di minuti tutti per sé, in una sorta di standing ovation di applausi e bocche aperte di stupore un po' dappertutto.

Ma torniamo alle CocoRosie, e ci torniamo volentieri, perché dal vivo sono qualcosa di eccezionale.

Collana di luci colorate e una voce da cantante lirica per Sierra; mantello e strano cappello per Bianca, forte di una malleabilità vocale ed espressiva incredibile, come ce ne sono poche.

Un concerto delle CocoRosie è un concentrato di eclettismo, talento puro e professionalità, che mescola folk, hip hop ed elettronica, dando vita a una sorta di rito collettivo a cui è impossibile non lasciarsi andare.

In scaletta i pezzi dell'ultimo lavoro “Tales of a GlassWidow”, immancabili tuffi nel passato (“Werewolf” e “Beautiful Boyz”, solo per citarne un paio) e qualche sparuto "grazie", per novanta minuti di concerto che volano via in un baleno, immersi nei meandri di un'atmosfera surreale, sospesa e piena di magia e suggestioni di quelle che solo la musica delle CocoRosie riesce a scaturire.

Mezzanotte in punto: il concerto finisce e si chiude anche l'edizione 2013 di Arti Vive Festival, a cui va una vagonata di stima incondizionata.

Portare artisti come le CocoRosie, Blixa Bargeld e Rover, in tempi magri come questi, in piccoli paesi della provincia solitamente lontani dai grossi centri della cultura, deve essere stata un'impresa titanica.

Perché è anche grazie a chi sta dietro, e non solo sopra il palco, se siamo ancora in piedi.

Chapeau.

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