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Butthole Surfers @ Bologna, 25 Aprile 2009

  • Scritto da Orasputin

butthole surfersSiamo volati in quel di Bologna per l’unica data italiana dei nostri surfisti preferiti.

A 7 anni dall’ultima apparizione italiana, tornano a romperci le palle i 5 psicopatici dell’anti rock americano, questa volta con la squadra che li rese imbattibili negli anni Ottanta: Gibby Haynes, Paul Leary, Jeff Pingus, King Coffee e la temibile Teresa “Nervosa” Taylor alle percussioni.

Insomma, le aspettative ci sono tutte. Estragon, 25 aprile, ore 22:00, il nulla attorno a noi, la sensazione è praticamente quella di aver sbagliato location, ma una spiegazione c’è, ed è che i nerd che optano per tali eventi non hanno nulla da spartire coi mezzi punk(ettini) che al concerto dei Millencolin arrivano 7 ore prima dell’apertura cancelli. Lo stesso vale per i metallari… fatto sta che alle ore 22:00 del 25 aprile saremmo si e no una novantina di teste matte. Fuori il solito paninaro che sprigiona vampate di fumo di salsicce, dentro 2 bar a prezzi non esorbitanti. Prendiamo una rossa (birra naturalmente) e ci buttiamo nella mischia, obiettivo quello di spulciare fra gli stands di gadgets e t-shirt, a primo impatto i più sguarniti che abbia mai assaporato: di cd non ce ne sono, le magliette costano e fanno cacare, ma è già un miracolo che siano di tre colori diversi (c’è quella rosa per la quale sarebbe meglio non continuare a scrivere). Ammazzato il tempo, non ci resta che pazientare. Nel frattempo l’atmosfera si è decisamente riscaldata; la “fauna” è decisamente variegata: si va dai nostalgici del D.C. core agli sfigati che pare siano arrivati direttamente da un party alla masseria di Cristina D’Avena. Tanti gli stranieri, soprattutto tedeschi. Duecentocinquanta persone non di più.

Ore 23:30, il sottofondo è quello di “Kuntz”, la messa ha inizio. Haynes (un metro e novanta) si presenta con whiskey e Becks piccola, Leary (Stratocaster e Marshall) è identico al nostro Freak Antoni, Pingus (tatuaggi e basso Flying V) un animale inferocito, Teresa “Nervosa” ( per l’occasione non a torso nudo) e King Coffee incazzatissimi ma un tantino defilati. Alle loro spalle videoproiezioni bizzarre. “22 going on 23” fa intendere le coordinate: l’impatto sonoro è devastante, basso granitico e schitarrate a zanzara attaccano ad insinuare i nostri timpani, la sezioni ritmica è impeccabile, preistorica, tribale. Un’acustica scadente compromette e non poco il cantato di Haynes. Attenzione però, il Gibbytronics legato alla sedia c’è e si sente. “Creep in the Cellar”, “Graveyard”, “I saw an X-Ray of a Girl Passing Gas”, “Sea Ferring”, “Rocky”, ma soprattutto una versione magistralmente rallentata di “Negro Observer” (con Haynes a stuprare il sax) ci consegnano una band invecchiata meglio di tante altre. L’approccio dissacrante è lo stesso di 25 anni fa, la tenuta massiccia e mirabolante è il segnale di come tali ragazzacci si divertano ancora un bel pò.

Dal palco prendono piede battibecchi a “fuck” e parolacce con il pubblico che invoca “Lady Sniff”, e Haynes zittisce tutti sparando a zero sul nostro presidente del consiglio (ma credo che lo faccia con intenzioni diverse rispetto ad uno Zack De La Rocha). “Cowboy Boy” e “Cherub” rispolverano le lapidi dell’andato kraut rock, giochi di luce ed effetti electro vintage ipnotizzano una folla già di per sè stregata. Il clima è surreale. Tanti i brani dal primissimo album, anche se tutto sommato si poteva dare di più: “Bar –B-Q Pope” (cantata da uno scatenato Leary), “Gary Floyd”, “Hey” e “Suicide” scatenano il buon vecchio pogo sotto palco: ragazze, nerd e cinquantenni, tutti sulla stessa barca a remare tra lo shock e il rock’n’roll. Il basso è un motozappa che scava nella roccia. Haynes campiona spesso il ghigno, dalla sua chitarra (un Fender che afferra per “fare rumore”) si intravedono due diciture: la prima è una scritta “Vomit on me”, la seconda un’irresistibile “Viagra”.

Sono in 5, scherzano fra loro, cazzeggiano tra un pezzo e l’altro, il concerto è praticamente un rituale di demolizione di ogni precedente cliché in musica. Il finale è assurdo, quasi grind core: “The Shah Sleeps in Lee Harvey's Grave” annunciata da Leary aizza il processo di scomposizione terminale, dal palco sono solo ventate di distorsioni, wah wah e campionamenti, che avanzano ad oltranza fino a quando ad intervenire non arriva lo staff, incredulo. La decisione è di porre fine alla strazio di feedback impazziti che dura ahimè da quasi 20 minuti. I surfisti ci salutano così, amplificatori sparati e tutto. Alla prossima, ragazzacci!!

P.S. : Ci scusiamo per la scaletta che non rispetta propriamente l’ordine (alcune canzoni ci saranno anche sfuggite), ciò che importava era far rivivere l’atmosfera del concerto.