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Le Luci della Centrale Elettrica: "Per ora Noi la Chiameremo Felicità"

  • Scritto da Enrico Tallarini & Orasputin

le luci della centrale elettrica

le luci della centrale elettrica - le luci della centrale elettrica
Manca un po’ di luce a questa centrale elettrica

by Zellux

Prima di cominciare devo premettere due cose:

 

1- Ero partito piuttosto prevenuto verso questo secondo lavoro de Le Luci della Centrale Elettrica, e questo senza un motivo preciso, se non l’ascolto del primo singolo “Cara Catastrofe”, pezzo sulla falsariga dei successi precedenti e guarda caso il meno riuscito e interessante di tutto l’album.

2- Poche ore dopo l’uscita “Canzoni da Spiaggia deturpata” mi ero già tuffato in quella mischia di esaltati che accolse il lavoro ballando e con le lacrime agli occhi, per festeggiare quello che a primo ascolto sapeva di passo epocale per la musica italiana.

Su importanti mensili nazionali impazzano elogi su come Vasco Brondi sia riuscito in pochissimo tempo a caratterizzarsi e a delinearsi bene come artista, tanto da stimolare rapidamente una serie infinita di parodie, di imitazioni. Ed è vero che solo chi ha un’identità ben marcata riesce nell’impresa di farsi prendere costantemente per il culo. Allora: che Brondi abbia una cifra stilistica tutta sua è fuori discussione. E su questo siamo d’accordo: Vasco Brondi non assomiglia più a nessuno, se non a Vasco Brondi. Ha bruciato le tappe. Peccato che arrivati a questo punto la sensazione che si ha è che il giovane ferrarese stia rischiando di fare il verso a se stesso. Ma mettiamo le cose in chiaro: “Per Ora Noi la Chiameremo Felicità” non è un brutto disco. Anzi, sarebbe un ottimo esordio (come lo fu il precedente), così come sarebbe accettabile anche come diciottesimo lavoro per un artista un po’ spompato, al capolinea. Ma non è abbastanza come prova del nove per chi dopo un miracoloso botto iniziale era oggi chiamato a giocarsi tutto.

Ho sentito spesso e volentieri frasi del tipo: “son capaci tutti a metter due accordi su quattro frasi in croce e a stonarli a tutta voce”. Non è vero per un cazzo, non è di questo che si sta parlando. Le parole non sono sparate alla cazzo di cane, e ci mancherebbe altro. Sono frammenti di un flusso più grande, suggestivo e affascinante. Flusso che è la vita di un ragazzo negli anni zero, la prima generazione a stare peggio dei padri, quella che va al SERT, che non trova un cazzo di lavoro neanche a pagarlo, con l’ansia per il futuro qualcuno all’estero e lo stress e le malattie veneree e il cemento e il passato e tutta un’altra serie di cose più o meno rilevanti. Questo sì. Vasco Brondi dipinge bene, ma quello che gli riesce meglio è dipingere il contorno, il paesaggio, non noi. Una sorta di disegno di fondo c’è e lo si sente. Il problema è che c’è solo lo scenario (la scenografia) per la storia, ma manca la storia.

Manca un racconto, e di quel poco che si racconta non ci si ricorderà un cazzo, così come è accaduto con le (non) storie del primo disco. È innegabile però quanto Brondi sia, consciamente o no, bravo a captare quelli che sono i punti vitali, i più discussi, e con essi le parole. In Tv, sui giornali, in strada o in camera da letto, tutto ciò che esce sembra finire qui dentro, in queste dieci canzoni. E se tutto ciò puzza di paraculata da fare male, dobbiamo riconoscere quanto questa sia attenta, meditata e persino meritata. Il vero problema dei testi è che spesso e volentieri si esagera, e ogni due frasi (immagini) riuscite ne arriva puntualmente una che sembra buttata lì, inutile e ridondante. Il risultato è quello, oltre che di rovinare tutto, di scivolare nel patetico, nel caricaturale e infine nel ridicolo. Per non parlare dei “nostri” che a contarli non basterebbero venti mani. Probabilmente con i “nostri” Brondi instaura un dialogo immaginario con qualcuno, come se le cose che scrive fossero vissute sempre e comunque in due, o comunque non in solitaria. Ma è innegabile come lo spropositato uso di “nostri” faccia molto “generazionale”, conquistando le lacrime puerili dei ragazzetti che da casa si sentiranno sempre tirati in causa, parte del gioco o di un grande noi collettivo. Ma voi chi? Voi povere vittime di questo mondo cieco e crudele?

Alcuni esempi: “le nostre radiografie, i nostri amici scomparsi, le nostre ombre lunghe, i nostri tribunali aperti, i nostri inutili patti atlantici notturni, i nostri cristi fosforescenti, i nostri pomeriggi appesi, i nostri cieli indecifrabili, i nostri venerdì neri, il nostro scambio d’organi, i nostri martedì magri, i nostri voli rasoterra, i nostri scudi di plexiglass, i nostri ultimi raid aerei, le nostre interiorità, le nostre ultime bufere violente, i nostri sogni più abbordabili, i nostri ieri, i nostri corpi celesti, i nostri compromessi storici, le nostre New York interiori, i nostri cuori neri, le nostre anime assiderate, i nostri arrivederci, i nostri disagi economici, i nostri pochi giorni liberi, i nostri sogni ricorrenti, il nostro ridere, il nostro viaggio, i nostri disperati sogni” eccetera eccetera.

Da un punto di vista musicale invece siamo sulla stessa lunghezza d’onda di “Canzoni da Spiaggia Deturpata”, nonostante la presenza di ospiti illustri come Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Stefano Pilia (Massimo Volume) e l’immancabile chitarra di Giorgio Canali. Con “stessa lunghezza d’onda” si intendono i soliti tre accordi, appena dilatati e riempiti dall’innegabile classe degli ospiti presenti. Scelta stilistica o scarsa capacità compositiva? Io barro la seconda. Per finire non mancano le citazioni: da Lindo Ferretti a De Gregori, da Pier Vittorio Tondelli a Lucio Battisti; e non mancano nemmeno canzoni riuscite, “Quando tornerai dall’estero” su tutte.

Insomma, passano gli anni e Le Luci della Centrale Elettrica sono sempre lì, e non sembrano essere cresciute. Noi purtroppo sì, ed è per questo che ormai ne possiamo anche fare a meno.

Lasciamo alle nuove generazioni la gioia di ballarci e di piangerci sopra.

Voto: 6

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Lettera aperta a Vasco Brondi

by Orasputin

Caro Vasco, ti consiglierei di provare le friselle salentine ed annusare origano di campo. Ti piace il sole, Cuba, Il Pan Del Diavolo, ma devi scendere più a Sud. Sul Gargano ci sono posti bellissimi, nulla a che vedere con la nebbia che ti perseguita giorno dopo giorno. Non pensare ai kebabbari, comincia a cantare in inglese, fai un po’ l’ ignorante. Scrivi un testo come Robert Plant e sovrapponici una storia d’amore analfabeta.

Non pensare ai giovani, strappa i tuoi mattoni letterari e gesticola come un neomelodico napoletano. Comincia a ragionare in dialetto e parlare in italiano. Non prendere l’autobus, vai a piedi. Frequenta gli stadi e trascura Piazza Verdi, lascia perdere gli intellettuali e intona un coro da curva nord… fai come Totti, gioca a calcetto, prenditi una scottatura, sfascia il forno a microonde.

Hai fatto un disco della madonna, ma a Ruvo Di Puglia nemmeno il gestore del pub più rock ti conosce. Compra Novella 2000 e butta giù due righe, scrivi di Lele Mora ma vacci giù pesante. Sii politicizzato ma fallo come se dovessero esserlo gli Zen Circus

“Quando Tornerai dall’Estero” è un fottuto capolavoro ma devi cominciare ad ascoltare i Replacements. Immagina la Mole Antonelliana o un castello medievale. Pensa per un attimo ai boschi, alle radure, alle spiagge a ferragosto, ai parchi nazionali, alle cartoline di Matera.

I tossici li raccontavano Lou Reed e il cinema di vent’anni fa. Apriti mentalmente e vieni incontro alla poca bellezza che c’è rimasta. Dacci soluzioni, siamo l’urgenza e la rabbia di essere giovani. Il tuo flusso di parole, le liriche sgraziate, il peso di una frase come un macigno… ricordati del pane e pomodoro e che io sono un fallito.

Info:

La Tempesta, 2010

Songwriter

 

Tracklist

1. Cara catastrofe

2. Quando tornerai dall'estero

3. Una guerra fredda

4. Fuochi artificiali

5. L'amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici

6. Anidride carbonica

7. Le petroliere

8. Per respingerti in mare

9. I nostri corpi celesti

10. Le ragazze kamikaze