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Black Heart Procession: "Six"

black heart procession six I Black Heart Procession ritornano, proseguendo il discorso iniziato con i loro primi tre album.


Il titolo di questo sesto album dei Black Heart Procession è quasi un’ammissione di quanto i precedenti album non abbiano soddisfatto innanzitutto Pall Jenkins & Co, e non solo i fans della band. Dopo i tre piccoli gioielli dalle tinte folk e dark di “One”, “Two” e “Three” (su cui svetta di prepotenza lo splendore di “Two”, forse l'ultimo capolavoro che gli anni ’90 hanno saputo regalarci), i BHP hanno virato su una combinazione fra folk e una impronta decisamente indie-rock con i successivi ”Amore del Tropico” e “The Spell”, realizzando due album (in sequenza il quarto e il quinto della band) mediocri, che conservavano però ancora sprazzi dello spleen decadente e maudit che ha contraddistinto i BHP con i loro primi 3 album. E così, quasi a voler realizzare un revival del grandioso gruppo che furono, arriva questo “Six” (pubblicato dalla Temporary Residence, dopo il fallimento della Touch and Go), chiara espressione di voler ritornare al sound degli esordi, a voler proseguire la processione del cuore nero verso il nostro animo.

Tredici ballate che riescono ad evocare i BHP che furono nell’ascoltatore, che riescono a scaturire emozioni che con l’ascolto dei precedenti album era difficile provare: i BHP vogliono parlarci direttamente al cuore, vogliono dialogare col nostro animo, e finalmente con questo “Six” il dialogo riprende da dove era stato interrotto, da “Three”. C’è oltretutto una palese volontà di evolversi nel gruppo: dopo aver francamente fallito con la commistione fra duro folk-rock e indie imperante nei precedenti due album, adesso la musica è virata verso una più consona wave che spadroneggia nei gruppi attuali, ma una wave che ricorda un altro grande gruppo di questi tempi, gli Interpol. E’ quasi una ammissione di citazionismo le saltellanti chitarre dello splendido terzo pezzo, “Witching Stone”, fra sonorità azzeccattissime e una’anima che si conserva dark nel cuore. La variante wave prosegue con il riuscito singolo “Rats” che rivela un basso mai così importante nell’economia del sound del gruppo (e rivela anche un attitudine decisamente pop), “Forget my Heart” e “Back to the Undergorund”, il primo anonimo pezzo anche troppo poppeggiante, il secondo con una ritmica travolgente che riesce ad unire sia l’anima intimista che quella rock del gruppo. Ma c’è spazio anche per pezzi che fanno vibrare le corde del cuore, pezzi che mostrano un gruppo in continua evoluzione che, nonostante la natura revivalistica dell’abum, non si siede sugli allori.

L’iniziale e stupenda “When you finished me” è a metà strada fra una dolcissima ninnananna e una filastrocca dell’orrore, con un pianoforte che vibra e che arriva a livelli lirici forse mai più toccati nel corso dell’album, “Wasteland” è malsana, atipica, una ennesima filastrocca disturbante, al coro di “The Devil is Dead”, e ancora una volta è la sezione ritmica a comandare le danze. Semplicemente riuscitissima anche “Heaven and Hell”, che prosegue sulla malsanità di “Wasteland”, arrivando a toccare il dark puro alla Joy Division, col suo ritmo cadenzato, a cui si aggiungono sprazzi di hammond. Proseguono su questa scia “All my Steps”, con un incipit da bossanova che sfocia in un crescendo di sonorità, con la sgraziata voce di Jenkins a sovrastare il tutto, e “Liar’s Ink”, lirica e deprimente, una ennesima ballata dark con una verace anima folk.

Vorrebbe proseguire il positivo trend anche il decimo pezzo “Suicide”, forse il brano più debole dell’album, che invade territori troppo estranei alle sonorità dell’album, una canzone nervosa, che sfocia in una cavalcata troppo violenta, con un Jenkins quanto mai inadatto nel cantarla. Ma ci sono anche i BHP che furono, puri e perfetti, senza fronzoli in testa, col solo scopo di richiamare alla mente dell’ascoltatore più attento i primi 3 album: il sesto pezzo dell’album (non a caso), “Drugs”, è una ballata con solo pianoforte, con Jenkins più che mai lirico e perfettamente calato nei panni del crooner sofferente, e i due pezzi con cui l’album si chiude “Last Chance” e “Iri Sulu” fanno ritornare alla memoria di prepotenza la magia dei primi tre album (in special modo il secondo e il terzo) , la chitarra magica di "Last Chance" ricorda la stupenda “When we rich the Hill” di “Two”, ed è palese di come l’incipit di “Iri Sulu” richiami le varie versioni di “The Waiter”, pezzo disseminato in varie versioni nei primi tre album. Tirando le somme, è quasi impossibile riuscire a toccare le vette raggiunte con “Two” e “Three”, e i BHP ne sono ben consapevoli, offrendoci così questo sesto album che non serve solo a ricordare i bei tempi che furono, ma soprattutto a far capire che il discorso riprende da dove lo avevano lasciato, la processione si è nuovamente incamminata verso il cuore nero, sfoggiando un gruppo ormai maturo e con la piena consapevolezza delle loro grandi potenzialità.

Voto: 7

 

Info:

Temporary Residence, 2009

Folk Rock

 

Tracklist:

01. When you finish me

02. Wasteland

03. Witching Stone

04. Rats

05. Heaven and Hell

06. Drugs

07. All my Steps

08. Forget my Heart

09. Liar's Ink

10. Suicide

11. Back to the Underground

12. Last Chance

13. Iri Sulu