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Interview: RONIN

  • Scritto da Marco Tonelli

ronin In occasioni dell'uscita, il 20 Gennaio, del nuovo album “Fenice”, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Bruno Dorella, leader dei milanesi Ronin, realtà cinematica del post rock italiano ed europeo. Buona lettura!

 

1- Domanda introduttiva di rito: cos’è oggi il progetto Ronin? Da dove è partito e dove vuole arrivare?

E' partito dagli squats, da un giovane punk che ha scoperto che c'era un sacco di musica interessante là fuori. Oggi è quello che vedi e senti, "Fenice". Domani vorremmo essere il gruppo ufficiale delle colonne sonore del cinema italiano di qualità. I Garrone, i Sorrentino, i Crialese, le Marazzi. E sottolineo del cinema italiano, perché, senza nazionalismi, una tradizione che ha partorito Fellini, Visconti, Ferreri, Risi, Pasolini, Rossellini e i tanti altri maestri del cinema italiano, non può accontentarsi di neo-neo realismo e cinepanettoni.

 

2- Come nasce una canzone dei Ronin? Qual è l’approccio compositivo dei musicisti coinvolti nella band?

Di solito arrivo con un'idea abbastanza chiara, che spiego agli altri con frasi criptiche tipo "immaginate la morte di un surfista francese. Ecco, dev'essere surf, ma dev'essere funerario. E dev'essere francese". L'esempio è reale, si riferisce al pezzo "Morte del Prete" (L'ultimo Rè). Se lo vai ad ascoltare, potrai giudicare tu stesso la bravura degli altri Ronin nell'arrangiare i miei brani”.

 

3- “Fenice” rappresenta un salto stilistico notevole. Pur rimanendo fedele al suono Ronin, si dimostra molto più eterogeneo e diversificato rispetto al passato. Parlaci della sua genesi e di cosa volevate ottenere con questo disco.

La genesi è quella di un gruppo al limite dello scioglimento, che all'ultimo invece decide di andare avanti, con una nuova formazione, una rinnovata voglia ed energia, quella di un primo disco. Per questo "Fenice" suona fresco come un'opera d'esordio, e per questo abbiamo anche richiamato nella grafica il nostro primo album, con l'uso di colori bianco, grigio e nero, lo stemma araldico, l'assenza di immagini o foto, l'essenzialità. Non volevamo ottenere niente, e questo è già un grande obiettivo. Infatti, di solito, quando si fa un disco, ci si pone degli obiettivi o, meglio, si hanno delle speranze. Noi, dopo aver visto un disco quasi perfetto, anzi perfetto, come "L'Ultimo Re", venire quasi ignorato, ne abbiamo fatto un altro con un' attitudine veramente feroce, quasi nichilista. Ce lo siamo fatti in casa, senza fronzoli.

 

4- Nel precedente “L’ultimo Re’ “ era evidente la presenza di un tema conduttore tra i pezzi. Qual è il tema conduttore (se c’è) in "Fenice"?

Non c'è, volutamente. E' un viaggio, e ci si può facilmente costruire una storia. Ma non l'abbiamo voluta dare noi, come invece era successo con L'Ultimo Re. L'abbiamo lasciata a voi.

 

5- Uno degli aspetti più lampanti di questo disco è l’influenza della musica e dei ritmi africani, ma anche dello Swing e del Jazz. Cosa e chi avete ascoltato nell’ultimo periodo ?

Mi fa piacere che tu lo sottolinei. In effetti la musica africana, il jazz delle origini fino allo swing, e la musica antica, sono stati i miei principali ascolti degli ultimi due anni.

 

6- “It Was a very good Year” rappresenta a mio avviso uno degli apici del disco. Parlaci dell’idea di questa cover: perche Frank Sinatra?

Anche questo mi fa molto piacere, perché, pur essendo l'unico pezzo cantato del disco, è ben lungi dall'essere accomodante. Anzi, è una versione che richiede sforzo ed attenzione per essere apprezzata. E' un omaggio a mio padre, che ci suonava questo pezzo su una tastiera Casio ad ogni festa comandata, davanti alla famiglia riunita che un po' chiedeva e un po' subiva la performance. I cavalli di battaglia erano "It Was A Very Good Year" e "Una Casetta Tra Gli Abeti" di Luciano Tajoli. Li ho odiati per anni, per poi riscoprirli quando mio padre ha smesso di suonarceli. Mi sembrava giusto espiare la mia colpa omaggiandolo di una mia versione, e facendolo suonare. Non toccava una tastiera da 20 anni...Se l'è cavata alla grande.

 

7- “Fenice” è pieno zeppo di collaborazioni, a partire da Enrico Gabrielli, passando per Nicola Manzan, Emma Tricca, Raffaele Kohler e Luciano Macchia. Come sono nate e che tipo di apporto e arricchimento hanno dato al disco?

Con Manzan ho un rapporto di lunga data, aveva già partecipato all'Ultimo Re ed io ho prodotto "Il Nuovissimo Mondo" di Bologna Violenta. Gabrielli invece è per me una nuova collaborazione, e credo durerà a lungo, lui non lo sa, ma lo abbiamo eletto Ronin onorario, come del resto Manzan. Emma è stata una sorpresa incredibile. Avevo affidato "It Was a Very Good Year" ad una cantante di Los Angeles, che però mi ha spedito dei files inutilizzabili per problemi tecnici, e li ha spediti la notte prima dei mix. Ci siamo trovati nel panico, quando Paolo (Mongardi, il batterista) ci ha detto di una sua amica bravissima, italiana che vive a Londra, che era in Italia e poteva venire in studio e cantare il pezzo. Ci abbiamo provato a scatola chiusa e... Meraviglia delle meraviglie!!! Kohler e Macchia mi sono stati suggeriti da Gabrielli, per completare la sezione fiati. Sono musicisti impeccabili.

 

8- L’intensa attività live è da sempre un aspetto importante del vostro progetto. Come renderete “Fenice” dal vivo?

A parte "It Was A Very Good Year", che non suoneremo, come non suoniamo tutti i pezzi cantati del nostro repertorio, ho già in mente bene come rendere tutti i brani.

 

9- La dimensione cinematica è una delle componenti fondamentali della vostra musica, lo dimostrano le svariate collaborazioni come compositori per lungometraggi, documentari e serie Tv. Avete voglia di ripetere esperienze di questo tipo?

Una voglia matta. Anzi, ragazzi, fatevi avanti, abbiamo un sacco di bella musica pronta per commentare le vostre immagini!