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Interview: GIOVANNI MONTANARO

giovanni montanaro Giovanni Montanaro ha 27 anni, vive a Venezia ed è un avvocato. Tra una sentenza ed un’altra trova anche il tempo di scrivere dei libri. “Tutti i colori del mondo” edito da Feltrinelli (2012) è il suo terzo romanzo. Si tratta di una lunga lettera di una donna, Teresa Senzasogni, al grande Vincent Van Gogh quando però non era ancora un pittore di fama mondiale, ma solo un ragazzo con le idee confuse.

Abbiamo così scambiato due chiacchiere con lui a proposito della sua ultima pubblicazione.

 

1_ Perché Vincent Van Gogh?

Perché è un pittore che mi ha sempre cercato, dentro. Perché lo riconosco subito, perché è da fiutare. Per questa meraviglia di avere incontrato i colori tardi, e di averlo fatto in un periodo di cui nessuno sa niente, come una divinazione o una condanna.

 

2_ Perché Teresa Senzasogni?

Non poteva che essere lei, a raccontare questa storia. Lei che è innocenza che il mondo non accetta, che sbalordisce. In lei ci sono tutte le domande amplificate come un prato dopo una notte di pioggia: chi siamo, cos’ è questo corpo, perché e cosa speriamo, a cosa servono così tanti colori.

 

3_ La storia si svolge a Gheel (da una antica parola germanica che significa “giallo”), cittadina del Belgio che da oltre 700 anni ha la tradizione di accogliere i malati di mente in ogni famiglia. Com’è nato l’interesse per questo paesino e come hai proceduto alla ricostruzione di esso nelle pagine del tuo libro? Ci sei mai andato?

L’interesse per Gheel è un interesse vero, che va oltre quello dello scrittore. Quando un mio amico fotografo me ne ha parlato mi è sembrato, contemporaneamente, un posto narrativo per eccellenza ma anche una grande occasione di civiltà. Ho studiato molto, da libri e fotografie, trattati e mappe, il luogo com’era nell’Ottocento. Non ho voluto andarci mentre scrivevo; è stata una scelta ponderata ma che ritengo giusta, non volevo farmi influenzare dai cambiamenti che, anche lì, ci sono stati, ma mantenere questa specie di Spoon River che nasceva da tutto quello che mi capitava sotto mano.

 

4_ Quanto di reale c’è nel tuo libro e quanto di finzione?

Tutto il mio romanzo è vero, nel senso che è tutto documentato; la possibilità che Van Gogh sia passato per Gheel nell’anno in cui non si sa niente di lui, la condizione dei malati a Gheel e nei manicomi, i certificati medici che segnano la sorte di Teresa e che segnavano la sorte di quelli come lei, con la sua stessa anomalia. Non è possibile sapere se sia stata una ragazza di nome Teresa a convincere Van Gogh a diventare pittore, ma io penso di sì.

 

5_ Che cos’è per te la scrittura?

È tutto. Non potrei fare nient’altro. Non potrei vivere senza. È sempre stato così: sono circondato da stormi di parole.

 

6_ A soli 27 anni già 3 libri pubblicati. Come ci sei riuscito?Come valuti il panorama editoriale per un esordiente che desidera essere pubblicato oggi?

Ho avuto fortuna e costanza. La cosa difficile è pubblicare il primo libro, o meglio farlo per una casa editrice vera che ti paga e che non sei costretto a pagare. E questo mi è stato consentito dal Premio Calvino, che consiglio a tutti quelli che hanno un manoscritto in cui credono nel cassetto. Una volta che, in un modo o nell’altro, sei riuscito a pubblicare, scriverne altri è diverso; dipende magari dalle storie che ti vengono, ma il primo grosso passo l’hai fatto, non sei più uno sconosciuto. In ogni caso, in giro c’è moltissima attenzione per gli scrittori esordienti e moltissimi giovani che pubblicano. Non bisogna scoraggiarsi, perché i rifiuti capitano a tutti, e avere un po’ di umiltà e capacità di mettersi in discussione. Ma si può fare.