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Ulan Bator: "Tohu Bohu"

  • Scritto da Enrico Tallarini

ulan batorDalla Francia con furore (e disordine)

Sono trascorsi quasi sei anni dall’ottimo “Rodeo Massacre”, ultima prova sulla lunga distanza per la creatura del terrorista sonoro Amaury Cambuzat.

E qualcosa è cambiato. Questo “Tohu Bohu”, impreziosito dall’ingresso in organico del polistrumentista inglese James Johnston, già nei Gallon Drunk e nei Bad Seeds di Nick Cave, è il disco che farà scomparire la sigla Ulan Bator dai cataloghi post-rock. Delle atmosfere eteree e dei crescendo tipici del dopo-rock qui non c’è rimasto quasi niente. Niente, salvo la piccola parentesi strumentale di “R136A1”, centoventi secondi di arpeggi oscuri e rarefatti in puro stile Mogwai. È un disco difficile “Tohu Bohu”, rumoroso e pieno di spigoli. Perfetto per i fan del krautrock di Faust e Can, della no-wave e anche del noise più scontroso, ma sconsigliato a chi si aspetta da un disco anche solo il minimo sollievo. Un disco valido, per quanto scomodo. Già l’ inquietante bimba dagli occhi oscurati in copertina, (firmata Norbert H. Kox), chiarisce l’intento dietro a queste 10 tracce. Fissare la confusione, la perdita dei rapporti umani, la deriva tra reti che ingabbiano e social network che illudono. Cantare il disordine che ci sommerge, e farlo (volutamente) nella maniera più disordinata possibile. Ma non sempre 1 + 1 dà 2.

Claustrofobico all’ennesima potenza e di difficile assimilazione, “Tohu Bohu”, nonostante picchi di impetuosa bellezza, è troppo disordinato e troppo poco coinvolgente da imprimersi del tutto sottopelle. È un disco faticoso, forse troppo, nonostante di tocchi aggraziati ce ne siano eccome. Dalla tetra e sofferta simil-preghiera di “Règicide” alla vorticosa apertura di “Newgame.com”, un bel mix tra chitarre schizoidi e i dEUS più acidi e nervosi. Non sono da meno le belle aperture melodiche di “Speakerine”, la ritmica serrata e le chitarre disturbate e dissonanti di “A T”, che si incanalano in una coda noise che stride quanto i più marci Sonic Youth. E se “Missy and the Saviour” è un rockettino sporco e tirato ma ahimè, piuttosto banaluccio, a bilanciare giunge la sognante ninnananna di “Mister Perfect”, un piccolo capolavoro. Uno sfondo sonoro disturbato che sembra venire da lontano, su cui si posano poche note di piano e la voce sussurrata di Cambuzat, in un bilico d’intonazione perenne. “Ding Dingue Dong” è un’ emozionante messa-shoegaze di novanta secondi, e suona come suonerebbero i My Bloody Valentine il giorno del loro funerale.

Calmate le acque arriva la lunga cavalcata di “Tohu Bohu”, un crescendo di otto minuti dal finale psichedelico e distorto tra il noise e il free jazz, arricchito dal sassofono disturbato di Terry Edwards, già collaboratore di Tindersticks, Tom Waits, P.J. Harvey. Il canto delicato di Cambuzat nella chiusura di “Donne” è quanto di più pregno e emotivamente forte sia mai stato prodotto dalla band francese, e chiude con leggerezza malata un disco dal sicuro fascino, per quanto ostico e confusionario.

Ma meglio con loro che senza di loro. Bentornati Ulan Bator.

Voto: 6,5


Info:

Acid Cobra Records, 2010

Noise, Kraut Rock

 

Tracklist

01. Newgame.com

02. Speakerine

03. Régicide

04. R136A1

05. Missy & the Saviour

06. A T

07. Mister Perfect

08. Ding Dingue Dong

09. Tohu-Bohu

10. Donne