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Pearl Jam: "Backspacer"

pearl jam backspacer Un disco fresco in attesa del calore dei concerti. La prima cosa che si pensa dopo aver ascoltato “Backspacer“, il nono disco in studio dei Pearl Jam, è riascoltarlo.

Sì perché è un disco semplice, veloce (solo 37 minuti), immediato. E sembra quasi di non averlo capito. Ed una sensazione che ritorna. Non sono mai stato un grande fan dei dischi in studio di Vedder e soci, perché dopo i primi due (”Ten” e “Vs“), capolavori assoluti, li ho trovati sempre un po’ piatti. “Alla fine è solo una scusa per tornare a suonare in giro”. Ed è lì che vengono fuori come una delle più grandi live band del mondo. Dopo quasi vent’anni di carriera i PJ hanno deciso di tornare giovani, ma soprattutto spensierati. Per la prima volta dai tempi di “Vitalogy” (1994) Eddie Vedder è tornato ad essere l’unico compositore dei testi delle canzoni e ha volutamente abbandonato i toni impegnati e, talvolta, cupi dei dischi precedenti (soprattutto “Riot Act“, il loro disco più brutto e meno riuscito). Ispirato forse dalla stagione di svolta e freschezza che gli Stati Uniti vivono da dopo l’elezione di Barack Obama, Vedder abbandona la politica, l’impegno e la continua voglia di essere contro e ribelli per buttarsi in romantiche cavalcate in mare (Amongst the waves: “Andiamo a nuotare, stanotte, amor mio/ tu ed io/ e nient’altro/ tra le onde”) dove sfoga tutta la sua passione per il surf, o racconti di uomini che sognano di donne viste su copertine di vecchi vinili (”Johnny Guitar“). Dal punto di vista musicale “Backspacer” è potente e dolce allo stesso tempo. Che poi è sempre stata una della caratteristiche principali del gruppo di Seattle, che anche in disco di puro grunge come “Ten” trovava posto per “Black“, una delle più belle e strazianti canzoni d’amore che siano mai state scritte. Qui il disco di apre con le chitarre in primo piano per un trittico terribile (”Gonna See My Friend“, “Got Some” e “The Fixer“, il primo singolo) per poi passare alla dolcezza di “Just Breath“, una ballata sviluppata dal gruppo a partire da una base strumentale composta da Vedder per la splendida colonna sonora di “Into The Wild” lo scorso anno. Si sente molto in questo disco il lascito di quell’esperienza, di quel clima, di quella luce che risplendeva nel film di Sean Penn. Gli artisti che hanno influenzato in passato sono noti, ma in “Backspacer” sono ancora più marcate: Neil Young e Springsteen su tutti. L’album si chiude con “The End“, commovente e sussurrato grido di aiuto per un amore finito. In ogni caso un buon disco. La cosa che lascia perplessi sui PJ è come possano essere così profondamente diversi tra disco e live, ma questa è una domanda che ci porteremo dentro ancora per un po’, almeno fino al prossimo concerto in Italia.

Voto: 6,5

 

Info:

Universal, 2009

Rock

 

Tracklist:

01. Gonna see my Friend

02. Got Some

03. The Fixer

04. Johnny Guitar

05. Just Breathe

06. Amongst the Waves

07. Unthought known

08. Supersonic

09. Speed of Sound

10. Force of Nature

11. The Endlig