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Beck: "Mutations"

  • Scritto da Orasputin

beck mutations Il quinto disco di Beck guarda tanto alla tradizione quanto alla sperimentazione. Che Beck sia un trasformista lo sappiamo tutti.

Il Duca Bianco della x generation ha plasmato a sua immagine e somiglianza il suolo alternativo degli anni Novanta: un evolversi continuo, album dopo album, canzone dopo canzone, in attesa della contaminazione perfetta, dell’intuizione bizzarra, del crossover definitivo. Meraviglie quali “Mellow Gold” e “Odelay” non possono mancare nel registro di qualsiasi musicofilo, ma se c’è un disco tra quelli meno noti che dovessi consigliare ad un amico consiglierei “Mutations”. Storia di un anti-AC/DC per eccellenza. Beck Hansen nasce a Los Angeles nel 1970, il suo è un habitat estremamente stimolante: sua madre era un attrice prestata alla Factory di Andy Warhol, suo papà uno strimpellatore blugrass. Al calar degli ’80 si trasferisce a New York, suonando come un dannato presso i circuiti underground di quello che poi sarebbe passato come anti folk. Tornato a L.A. comincia a sfornare composizioni su composizioni, imponendosi al piccolo pubblico con due gioellini di musica indie, tra cui il primo grande successo “Stereopathethic Soulmanoure”. Poi arriva “Loser”, uno dei più grandi singoli degli ultimi vent’anni, con la sua ventata di freschezza ed imprevedibilità hip hop, ratificato due anni dopo dal mega cocktail di sonorità targato “Odelay”.

Contaminazioni genetiche in chiave folk annunciano l’uscita di questo (quinto) “Mutations”, un disco diverso, che guarda tanto alla tradizione quanto allo sperimentale, come un piccolo Dylan in turnè coi Camper Van Beethoven. C’era da aspettarselo. Nigel Godrich (R.E.M., Radiohead) produce un nostalgico cantautore folk proiettato nel futuro, qui ogni pezzo pizzica di qualcosa: la spazialità del vecchio Syd Barrett nell’introduttiva “Cold Brains” (“I campi di verdure sono deturpati, osceni mi butto alla ghiaia, la speranza come un verme, la corda di un boia mi trascina solo in una direzione o nell’altra”), i profumi mediterranei di “Tropicalia” e “O Maria”, le praterie dei Creedence (“Bottle of Blues”). Trasognante è la seconda -bellissima- “Nobody’s fault but my Own”, un folk per perdenti, coverizzata dall’amica Marianne Faithfull. In alcuni versi il nostro genietto si smarrisce, peccando un tantino in egocentrismo cantautorale: “Sing it Again” è l’episodio più scialbo del disco. “Dead Melodies” e “We live again” sono due ballate dolcissime, un caotico carillon per le nostre orecchie. “Runners Dial Zero” è completamente fuorviante, pianoforte ricco di pathos.

L’ubriacatura arriva alla fine, con gli 11 minuti di “Static” e “Diamond Bullock”, ghost track, nonché passaggio più elettrico dell’album, strumenti incazzati a vapore. Con “Mutations” Beck Hansen ha colpito quando in pochi se lo aspettavano, dopo due dischi importantissimi questa è la riconferma che il piccolo nerd fa bene alla musica. Un disco da riscoprire.

Voto: 7,5

 

Info:

Geffen, 1998

Indie Folk

 

Tracklist:

01. Cold Brains

02. Nobody's fault but my Own

03. Lazy Flies

04. Canceled Check

05. We live again

06. Tropicalia

07. Dead Melodies

08. Bottle of Blues

09. O Maria

10. Sing it Again

11. Static/Diamond Bollocks (Hidden Track)