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La Grande Bellezza, recensione

Sconsigliata la lettura a chi ancora non ha visto il film.
Consigliata la discussione con chi lo ha visto e gli è piaciuto.

"La Grande Bellezza" non è un film su Roma, non è un film sulla decadenza dei costumi contemporanei, non è un film anti-narrativo. Il film che ho visto, che nessuno me ne voglia, vorrebbe essere un film sulla vacuità e sul niente ma si ritrova ad essere un film vacuo e che non dice niente. Un film, oddio, sembra più un insieme di cortometraggi legati male uno all’altro, con un protagonista comune che giudica tutto e tutti dall’alto del suo essere qualcuno. Un qualcuno dolente e cinico, che ha perso la sua giovinezza, ma non ha trovato la maturità del suo pensiero, mirando e colpendo bersagli facili e spesso sbagliati (davvero ce la vogliamo prendere con dei performer concettuali con un pubblico di 15 persone?).

Jep Gambardella è fuori fuoco e senza anima, quell’anima contrita, costretta eppure debordante che accompagnava i personaggi di Sorrentino nei suoi film precedenti. Jep Gambardella è una sintesi prolissa degli antieroi sorrentiniani: cercando di mettere insieme più persone in un unico personaggio, il risultato non è stato la somma delle stesse ma un insieme caotico e paraculo delle ambizioni fustigatorie di un uomo confuso, di un film zoppo, di un regista ormai troppo narciso per riuscire a vedersi per come appare realmente allo specchio.
Jep Gambardella è uno scrittore che ha scritto un solo libro in giovinezza, che poi si è dato al giornalismo (di rosa? di cultura? di spettacolo? Non è dato sapere) e con la malinconia di chi nella vita ha sbagliato molto e ha deluso se stesso, e con l’arroganza di chi, comunque, si crede una persona importante.

142 minuti in cui nelle intenzioni non dovrebbe succedere “niente”, dove non dovrebbe esserci una storia ma un insieme di sensazioni, ma dove in realtà la narrazione è l’elemento principale e principale problema e le sensazioni sono sempre le stesse, prive di empatia, prive di approfondimento, losche figure buttate un po’ a caso, senza un approfondimento onesto, senza un rapporto diretto, né con lo spettatore né con i personaggi. Tutto è di facciata, ma anche in questo l’errore è clamoroso e madornale. Si può giudicare un libro dalla copertina, a patto che poi non mi fai pipponi sulla morale dello stesso.

Movimenti della macchina da presa magistralmente futili, che ricordano lo spettro del regista che è stato. Prendete l’intro del film, la festa del 65° compleanno di Jep. Una lunga carrellata di personaggi, chiusa dall’introduzione del nostro sorridente al rallentatore e con una sigaretta stretta tra i denti. E fin li, WoW. Poi la mdp comincia nel suo roteante svolazzare e in un fluido movimento all’indietro ribalta la prospettiva e capovolge il quadro, presentandoci un’inquadratura rovesciata di gente che balla e si diverte. Bene, bello, bellissimo. Ma se si prende la scena de "Le conseguenze dell’amore" in cui Titta di Girolamo si fa la sua pera settimanale ci accorgeremo che il movimento di macchina è lo stesso, solo che lì aveva un significato, era funzionale alla narrazione, ci diceva che quello che avevamo visto fino ad allora era un personaggio, quello a cui avremmo assistito da lì in poi sarebbe stato il suo rovescio, il suo capovolgimento dato appunto da “le conseguenze dell’amore”. In quel momento, in quello splendido gesto tecnico, si poteva trovare una poetica fulminante, piena, descrittiva ed incisiva. L’estetica unita al senso, il significante unito al significato. Invece ne "La grande bellezza" lo stesso movimento di macchina, moltiplicato per mille e svuotato del tutto, rimane solo un mero vezzo estetico, che non dice nulla se non a se stesso e rimane là, immerso in mille altri dolly e carrelli, che sì son belli e tutto, ma dopo un po’ stancano, dopo un po’ diventano melma dalla quale non si può uscire.

E ce ne sarebbero tante altre da dire: dalle continue, ripetute, sfacciate marchette alle interpretazioni quantomeno imbarazzanti di certi attori (Verdone su tutti, inguardabile), dai personaggi buttati nel calderone, che sulla carta avrebbero potuto essere anche funzionali, ma nella pratica non graffiano né incidono, alla colonna sonora che passa di continuo dal diegetico all’extradiegetico ma senza, anche qui, mai lasciare veramente il segno, dalle immagini di una Roma come te l’aspetti, da cartolina, assolata e svuotata di macchine e persone normali, a dei titoli di coda assolutamente sbagliati ed incomprensibili, da fiction televisiva di prime time su rai 1.

E poi per questo film si sono scomodati paragoni importanti, da Fellini a Malick. Quello che mi viene da dire, non odiatemi, vi prego, è che non basta mettere una giraffa, dei fenicotteri e una Santa (no dai davvero, che razza di sequenza orribile è quella della Santa?) per essere Fellini, non basta buttare là degli ingredienti per fare una ricetta, non basta fare delle inquadrature poetiche con una voce over che dice paroloni per fare Malick. Forse, anzi sicuramente, non ci ho capito nulla io e questo è il capolavoro di Sorrentino ed il film che vincerà Cannes 2013. Perché di cose belle dentro ce ne sono, momenti di cinema puro, monologhi azzeccati, facce giuste. Una Ferilli straordinaria, il personaggio del cardinale buongustaio azzeccato, la scrittrice radical-chic repressa con un suo perché e un senso di disgusto permanente, di fondo, che dura per tutta la visione. Tutto è vuoto e vacuo come una bella macchina nuova fiammante ma senza motore, e questo se voluto ha del geniale. Ma sarebbe come dire che è buono il cioccolato sulla torta di merda che mi hai servito e questo può farlo solo uno a cui piacciono i film che non capisce o un militante del PD, che è masochista per vocazione e gli piace quando uno gli butta insulti mascherati da critica sociale addosso.

Fare un film brutto per dimostrare che la contemporaneità è brutta però, sa più di presa per il culo che di capolavoro.

Info:

Regia di Paolo Sorrentino. ITA, FRA 2013

Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso

Durata: 150 min. Drammatico.