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Il grande Gatsby, recensione

gatsby filmPrendete le isteriche riprese di “Romeo + Giulietta di William Shakespeare” e la miglior colonna sonora di “Moulin Rouge!” e avrete “Il grande Gatsby”, un film dove eccesso e decadenza vanno a nozze nel pomeriggio. Immagini trash e gusto camp, con una nota pop, in pieno stile post-moderno: sono i “ruggenti anni venti”, baby, gli anni dell'individualismo più decadente, del proibizionismo, della cosiddetta “Età del jazz”.

Sono gli anni di Francis Scott Fitzgerald e del suo “Gatsby”: un giovane e misterioso uomo d'affari (Leonardo DiCaprio) che si trasferisce nel lussuoso castello sulla costa settentrionale di Long Island, West Egg, nel folle tentativo di riconquistare una vecchia fiamma, Daisy (Carey Mulligan), ormai sposata a un aristocratico razzista e adultero (Joel Edgerton). Il vecchio e il nuovo si scontrano su due rive opposte; a separarle solo una luce verde, una luce piena di speranza per Gatsby, di un futuro “senza nebbia”. Ma le ombre sono solo in attesa di un sassolino che faccia inciampare l'inguaribile ottimista sui suoi stessi passi, perché “non si può ripetere il passato”.

Baz Luhrmann sa bene che per conquistare un pubblico ci vuole più che una trasposizione letterale, soprattutto se si ha a che fare con un'epoca che ha eretto l'opulenza a suo marchio di fabbrica. E quale espediente migliore del collage per portare su grande schermo quel senso di mescolamento, di febbrile frenesia che ha travolto quel decennio nella rovina? Flapper girl che ballano in una piscina piena di zebre galleggianti, con un un jazzista che suona l’organo e una Rolls gialla parcheggiata nel vialetto: non si può certo dire che Baz Luhrmann sia parco in fatto di spettacolarità. Da sempre il suo cinema è famoso per il gusto meravigliosamente kitsch, ma una caleidoscopica quanto orgiastica accozzaglia di stili, generi, musiche e epoche non si era mai vista tutta insieme.

Art déco, futurismo, cubismo, hip-pop, illusioni ottiche del miglior Méliès, scenografie dai colori fauvistici, rifiniture barocche, per un film che finalmente rompe una lunga catena di pellicole retrò, stereotipate e prevedibili, sugli anni venti, fatte di locali fumosi, charleston, contrabbando, frange e perline. Il troppo stroppia”, non è decisamente il motto di Baz Luhrmann. Una recitazione marcata avrebbe appesantito ulteriormente il polpettone barocco: sarà per questo che gli attori sembrano mummie imbalsamate? Discorso a parte per Leonardo DiCaprio (il suo personaggio richiede questo tipo di interpretazione), c'è da dire che la performance degli attori protagonisti lascia un po' a desiderare. Un misto di freddezza, cinismo, legnosità che dovrebbe rendere la noncuranza dei coniugi Buchanan, non fa che allontanare lo spettatore dal film, snobbandolo quasi.

Questa è la pecca maggiore del film, assieme al cambio netto di stile tra il primo e il secondo tempo: si parte con un ritmo da capogiro e si arriva a un glaciale immobilismo. Vero è che la sceneggiatura richiede questo arresto di marcia, che coincide con la perdita della speranza da parte di Gatsby, ma la rottura stilistica è troppo marcata e non c'è continuità all'interno del film. Manca organicità e coerenza. Forse a Luhrmann è venuto il fiatone a girare tutte quelle scene iniziali e ha deciso di prendere aria.

In conclusione, un film artificiale e artificioso, un enorme spettacolo circense che catapulta lo spettatore su un'auto in corsa, e ogni tanto inchioda a un semaforo rosso, ma solo per una frazione di secondo, per poi rombare di nuovo verso l'orizzonte. Ma anche una riflessione sulla perdita della speranza che non è sempre l'ultima a morire. La luce verde si spegne anche per i sognatori più ciechi. Chissà cosa penserebbe Fitzgerald di questo film. Sicuramente avrebbe apprezzato le zebre galleggianti in piscina.

Un plauso speciale per la colonna sonora, spiazzante e d'effetto.

Voto: 6/7

Regia di Baz Luhrmann. USA 2013

Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher.

Durata: 142 min. Drammatico.