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Gli equilibristi, recensione

gli equilibristi Inevitabilmente, ogni volta che vado al cinema per scrivere una recensione, faccio tardi. Entro in sala per ultimo, con il fiatone, e mi tocca trovare posto al buio. Probabilmente costringo me stesso a seguire il film con il senso di colpa di chi teme di essersi perso fotogrammi fondamentali della pellicola, dunque con grandissima attenzione.

Prendo l’ironia agrodolce di Roma, prendo il Mastandrea dalla barba incolta e la giacca in tweed degli ultimi anni, prendo un regista dalla lunga gavetta ma non certo conosciuto al grande pubblico e grosso modo so già cosa aspettarmi; ed è proprio per questo che ho scelto di vedere “Gli equilibristi”.

Giulio (Mastandrea) è un impiegato delle poste, con una vita del tutto normale: una figlia adolescente in pieno periodo punk, un figlio più piccolo alle prese con l’apparecchio e con i compiti di scuola, un matrimonio claudicante e una scappatella con una collega da farsi perdonare. Fin qui tutto sotto controllo, è la prassi. Le prime difficoltà arrivano quando c’è da trovare un affitto per un appartamento che non sia un “seminterrato simile ad una tomba”.

Il risultato è una stanza nella pensione vicino alla stazione, non esattamente quello a cui mirava Giulio, a cui d’improvviso affiora qualche ruga in più ed i capelli appaiono più spettinati. Il calvario di quest’uomo comune si percepisce amplificato dal contorno ripreso da Ivano De Matteo: la comicità che aveva strappato qualche risata al pubblico nella prima parte viene del tutto abbandonata e la caduta sarà inarrestabile con il proseguo della trama che ora è addirittura immersa nell’atmosfera melodrammatica di un natale messo lì di sfondo – per fortuna - in maniera poco invadente: sarebbe stata una caduta di stile, peraltro fuori stagione.

Non si scherza più, anzi: Giulio viene divorato lentamente e le immagini sembrano guidate da un usuraio che toglie sempre di più vitalità al personaggio; “l’equilibrio” sul filo tra la dignità e l’annientamento, dove lo spettatore si affeziona ai protagonisti ed è curioso fino all’ultimo di sapere da quale lato precipiteranno.

Un film che si colloca in coda alla scia drammatica che ha attraversato il cinema italiano nell’ultimo triennio. Una colonna, che assieme al boom di film che raccontano le vicende politiche e sociali più o meno recenti del belpaese (vedi “Acab”, “Diaz” o “Romanzo di una strage”), ha portato il cinema nostrano più vicino al pubblico, senza passare per il cinepanottone o per la commedia “alla Bisio”. Ci si è accorti d’improvviso che la realtà che ci circonda può essere filmata e raccontata senza grandi paranoie, e che non bisogna per forza essere demenziali per portare le persone al cinema senza arrendersi alle grandi produzioni statunitensi.

Un po’ come quando a tredici anni odi i tuoi genitori e a trenta scopri che fa figo andarci d’accordo. Tutto questo tempo perso ha fatto germogliare film su film, basati su storie semplici e poco strutturate. La foga di recuperare ha fatto passare in secondo piano l’aspetto tecnico delle riprese e la qualità di alcune interpretazioni.

Ma fino a qui tutto bene. Se non altro il film di De Matteo esce tardivo, agli ultimi sprazzi di questa ondata che è ormai in discesa e sta lasciando il passo – dopo aver avuto il merito di riavvicinare e preparare il pubblico – a film italiani di maggiore spessore. Il recente trionfo a Berlino di “Cesare deve morire” è forse l’emblema di questa staffetta.

Voto: 6,5

Info film

Regia di Ivano De Matteo, Italia 2012

Durata 100 min drammatico