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Fedele alla linea (Germano Maccioni)

In molti si aspettavano che questo film spiegasse, in maniera definitiva ed esauriente, i perché delle decisioni di vita di Giovanni Lindo Ferretti. Finora nessun regista si era cimentato in un’operazione del genere, quella che ha portato Germano Maccioni a costruire il ritratto di un personaggio controverso, per alcuni contraddittorio e per altri ancora incomprensibile, riuscendo infine a mettere in risalto quello che era ovvio ma che tutti avevano dimenticato, il Ferretti uomo, con una storia personale.

Il suo volto non è più lontano, distaccato, il suo corpo non è circondato da un’aura di sacro mistero, non è mai stato così terreno, familiare. Ferretti scherza, ride, racconta aneddoti risalenti alla propria infanzia (l’incontro con Mago Zurlì, il collegio e le sue letture religiose) e sembra quasi di essere lì con lui, di far parte del suo quotidiano. "Fedele alla linea" riporta il personaggio idealizzato alla sua immagine reale, l’immagine di un uomo che ha scelto in un primo momento di schierarsi contro un’educazione cattolica ricevuta nell’infanzia, con forte determinazione, per poi rivedere il proprio credo e ritornare sui propri passi, riscoprendo la religione cattolica.

La narrazione contrappone scene di vita contemporanea (la stalla, i cavalli, la campagna) a immagini di repertorio dei concerti dei CCCP, risaltando il contrasto tra i due momenti ma creando anche un trait d’union tra essi. La campagna come rifugio dalla modernità, la città come anestetico del dolore. La malattia come momento di cambiamento, come campanello d’allarme di un qualcosa che ha fatto il suo corso e ha comportato un enorme sforzo cerebrale. E così Ferretti ritorna a essere una persona, con tutto ciò che comporta esserlo, tra scelte e dichiarazioni criticabili o meno, ma sempre nella consapevolezza di farlo per se stessi e per il proprio benessere.

Non è un Ferretti che si è arreso, che si è inginocchiato di fronte alla religione perché era la strada più semplice, un Ferretti ebete di fronte alla statua di qualche santo (e forse è di questo che avevano tutti paura). Quello che vediamo è un Ferretti che non considera il cattolicesimo come la soluzione di ogni problema, è un Ferretti che accetta il proprio tormento dopo averlo condiviso per anni attraverso la propria musica.

Questo non è un film biografico (come tiene a precisare il regista), ma la rappresentazione di un contesto pieno di contraddizioni, di una vita che è emblema di questo contesto e di un percorso di vita sofferto e travagliato.

Voto: 8

Info:

Regia di Germano Maccioni
durata 74 minuti
2013